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Lorenzo Cremonesi
I missili non aiutano
la Siria senza pace
Lorenzo Cremonesi
Chi è
Nato a Milano nel 1957, come giornalista segue, da oltre 25 anni, le vicende mediorientali dal Libano all'Afghanistan, dal Pakistan all'Iraq.
L’attacco è stato indubbiamente pesante. Circa 110 missili lanciati da Stati Uniti, Francia e Inghilterra contro tre basi e centri per la produzione e lo stoccaggio di armi chimiche in Siria. Certo molto più grave dei 59 missili lanciati dagli Stati Uniti un anno fa. E la novità sta anche nel fatto che questa volta sono tre eserciti Nato ad agire di concerto. Un’azione che ha anche effetti politici. Si vuole segnalare a Vladimir Putin che in Siria non tutto è possibile e che in qualche modo le potenze occidentali cercano di fare sentire la loro parola proprio mentre il regime di Bashar Assad sta combattendo le battaglie finali contro le ultime roccaforti dei ribelli.
Ma tutto ciò non muta la realtà geopolitica della regione. In questo senso Donald Trump ha ereditato da Barack Obama un’America in pieno ripiegamento dal Medio Oriente. Troppi morti in Iraq e Afghanistan, troppe spese, troppi fattori che vanno in netto contrasto con i suoi principi dell’America First.
Il carattere circoscritto di quest’ultimo pesante raid mostra in effetti i limiti della politica americana in Siria. Non bastano i missili a cambiare la situazione. Da anni ormai la Russia, sebbene infinitamente più povera e con un esercito molto più piccolo, si è imposta a vero arbitro. E al suo fianco sta l’Iran assieme alla milizia sciita dell’Hezbollah libanese. Una alleanza contingente, fragile. Non vanno dimenticate le divergenze storiche tra Russia e Persia: sono contrasti antichi, destinati a riemergere. Se qualche cosa potrebbe davvero riaffiorare a modificare lo scenario siriano questa potrebbe essere il riapparire di fratture nella relazione tra Teheran e Mosca.
Ma per ora resta il fatto che gli Stati Uniti non intendono affatto impegnarsi in modo potente e continuativo in Siria. Non va dimenticato che solo un paio di settimane fa lo stesso Trump aveva annunciato l’intenzione di ritirare i circa 2.000 tra consiglieri militari e uomini delle forze speciali schierati nel nord del Paese con i curdi siriani impegnati nella lotta contro Isis. Ora probabilmente quel ritiro sarà ritardato. Però non ci saranno nuovi soldati americani nel Paese. Il monopolio della forza resta russo.
Va aggiunto che la reazione contro l’eventualità dell’utilizzo delle armi chimiche una settimana fa a Ghouta (che ancora non ha avuto verifiche indipendenti sul campo) appare comunque sproporzionata rispetto alla gravità dei crimini commessi dai lealisti di Bashar Assad e i suoi alleati contro la popolazione siriana e i ribelli. I massacri commessi dalle armi convenzionali, incluso l’utilizzo dei famigerati "barili bomba" lanciati dagli elicotteri sui quartieri civili, sono infinitamente più sanguinosi e dannosi che non i casi in cui sono state utilizzate armi chimiche. Eppure le reazioni della comunità internazionale negli ultimi anni sono state sempre più deboli se non nulle. Avvenne anche un anno e mezzo fa durante l’attacco del regime contro i ribelli ad Aleppo, quando vennero prese di mira anche ospedali e cliniche.
Ben presto inizieranno le vendette e i rastrellamenti da parte dei lealisti di Bashar. Ci saranno morti, torturati, desaparecidos tra i ribelli sconfitti e chi li ha sostenuti. Ma con queste premesse pare quasi assodato ritenere che le risposte della comunità internazionale saranno in sottotono.
15-04-2018 01:00


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