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Luigi Bonanate


Dall’isolazionismo all’isolamento: questa sembra essere la nuova (e conclusiva?) linea di politica estera degli Stati Uniti, che non corrisponde all’immagine statunitense nel mondo a cui eravamo abituati fin dalla seconda guerra mondiale. La manifestazione storica dell’isolazionismo si era presentata nel 1919 quando gli Usa, volenti o nolenti, non approvarono il Covenant che dava vita alla Società delle nazioni, contribuendo allo sviluppo della "crisi dei vent’anni". In un dopo-guerra duro e difficile per tutti, gli Usa si chiamarono fuori, cercando (e non riuscendoci) di recuperare l’immenso capitale di prestiti concessi alla Gran Bretagna e alla Francia per raggiungere la vittoria (già la loro entrata in guerra il 6 aprile 1917, a esser sinceri, aveva avuto motivazioni finanziarie ben più che ideali).
Sappiamo come quella storia andò a finire: crisi di Wall Street del 1929, avanzata del fascismo e poi del nazismo in Europa, scoppio della seconda guerra mondiale. Quell’esperienza segnò la trasformazione della politica estera Usa che diventa super-potente (grazie alla superiorità nucleare) e super-interventista (dopo essere stata determinante ai fini della vittoria alleata). Gli Usa diventeranno addirittura - come in un certo periodo, negli anni Sessanta si dirà - i "gendarmi del mondo", che tutto volevano controllare per impedire che la stessa cosa facesse l’Unione Sovietica. Ma vinta la guerra fredda, e caduto il Muro di Berlino, gli Stati Uniti cambiano nuovamente pelle, e riprendono la via dell’isolazionismo. Mano mano che passano gli anni, subita e superata la crisi delle Torri gemelle ed entrati in una nuova fase critica della loro finanza nel 2007, arriva la presidenza Trump che incarna perfettamente (dopo l’intervallo-Obama) la svolta. Possiamo trovarne i segni più palesi e clamorosi in molti dei volta-faccia e cambiamenti di amicizie con cui Trump anima le cronache dei quotidiani, e ora assistiamo a una nuova sceneggiata che sfiora (o forse ci sbatte dentro) il ridicolo: si tratta della "lezione" che il Segretario di stato Mike Pompeo vuole impartire al Vaticano e alla sua politica di buoni rapporti con la Cina. Pompeo sostiene che la ripresa (programmata e prevista) delle trattative della Santa sede con il governo della Repubblica popolare in fatto di tolleranza e rispetto per i cattolici cinesi e del diritto Vaticano di nominarvi i vescovi viola i principi dei diritti umani che da sempre (o quasi, se andiamo indietro di qualche decennio...) gli Usa predicano. Nello stesso scritto che ha appena pubblicato sulla rivista ultra-conservatrice "First Thinghs" Pompeo se la prende anche contro la repressione che i cinesi hanno imposto a Hong Kong cui il Vaticano avrebbe assistito senza neanche batter ciglio.
L’unica colpa del Vaticano è stata, in realtà, la dichiarazione di disponibilità a discutere con i cinesi, ma viene il forte dubbio che l’interpretazione che di ciò dà il governo americano vada in tutt’altra direzione, ovvero verso le votazioni a cui gli Usa si preparano, il 3 novembre prossimo. Trump sta "sparando" su tutto e contro tutti, Iran in testa, a cui chiede che vengano imposte le sanzioni che il suo governo aveva votato dal quale poi si era sfilato. L’Onu gli ha risposto che non poteva far prendere delle decisioni a chi egli ha appena voltato le spalle. Più che isolazionista, sembra oggi che gli Usa siano isolati.
26-09-2020 23:30

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