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Per le famiglie servono
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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
La democrazia tradita
nella Spagna al voto
Luigi Bonanate


In democrazia governa chi ha la maggioranza, ma questo non vuol dire che si possa governare a suon di elezioni, sciogliendo il Parlamento ogni qual volta un governo non riesca a realizzare il programma per il quale aveva chiesto il voto agli elettori. È un pessimo segno se le elezioni vengono rinviate per scegliere il momento buono per sbaragliare l’opposizione; appena meno grave è se - invece che rinviate - vengono anticipate: in questo caso si tratta normalmente di governi in affanno che cercano una ri-legittimazione. C’è ancora un’altra ipotesi: che un governo, pur traballante, minacci, ma senza volerle fare, nuove elezioni - è questo il caso dell’Italia stretta tra la morsa di Salvini e quella del centro-sinistra.
In Israele il longevissimo governo Netanyahu non aveva vinto le elezioni nel settembre scorso (finite alla pari con l’opposizione) ci ha riprovato a meno di due mesi di distanza senza che le cose migliorassero. In molti altri casi, l’idea di "mettere nell’angolo" le opposizioni è fallita, come nella Grecia di Tsipras, che dopo la malparata delle elezioni europee ha anticipato le elezioni politiche, perdendole. Ma il "caso-di-scuola" più significativo e complesso è quello della Spagna. Negli ultimi 4 anni le elezioni sono state ripetute addirittura 4 volte; le ultime fatte sono dell’aprile scorso, le prossime sono (ora) in corso. I passaggi recenti sono stati il declino del centrista Partito popolare, guidato da Mariano Rajoy, che portò inutilmente il Paese al voto nel dicembre scorso, alla loro ripetizione ad aprile di quest’anno, portando al governo il partito socialista; ora il Psoe, guidato da Pedro Sanchez, nonostante tentativi vari di coalizione, ha dovuto decidersi a rilanciare la sfida agli elettori.
La Spagna non è sotto l’effetto di una crisi economica (e non più, in ogni caso, del resto dei Paesi europei), e neppure deve affrontare sfide sociali o culturali distinte da quelle del resto del mondo. Ma è afflitta - e non è storia recente - dalla protesta catalana che chiede, non più come ai tempi del franchismo e anche dopo la sua fine, soltanto uno statuto di autonomia, ma una vera e propria indipendenza: l’uscita dalla Spagna per dare vita a un nuovo stato sovrano. Uno stato con una sua lingua distinta dal castigliano, e che per entrare nell’Unione europea dovrebbe ricominciare la trafila per l’ammissione. Si tratta, da un punto di vista costituzionale, di una possibilità "impossibile" perché romperebbe l’unitarietà dello stato che, in sostanza, risale al sedicesimo secolo.
Gli argomenti catalani sono la fierezza di una storia nobilitata (per non tornare troppo indietro) dalla strenua lotta contro la ribellione che portò Franco al potere nella guerra civile, e una brillantezza industriale ed economica i cui frutti i catalani vorrebbero tenersi per sé (è un po’ la questione che pongono Lombardia e Veneto in Italia). Le prossime elezioni non scioglieranno il nodo, ancora più stretto dalla sentenza del Tribunale Supremo spagnolo che ha condannato per sedizione e ribellione (i reati più gravi che possano essere compiuti in uno stato contro lo stato stesso) i nove leader del movimento indipendentistico, con condanne pesanti, che vanno da 9 a 13 anni.
Utilizzare le elezioni come arma politica non è mai una bella idea.
10-11-2019 01:00

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