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Nel 1999, nei giorni fra Natale e Capodanno, mi trovavo in una cittadina a mezz’ora di treno a nord di New York. Ero ospite nella casa dei genitori di un mio amico dell’università McGill di Montreal, dove frequentavamo un corso di Master in scienze politiche. Suo padre era spagnolo (anzi, basco), la madre argentina di origini italiane. Entrambi erano accademici e ben integrati nella società americana. Fu in quei giorni che ricevetti una mail dalla Svizzera.
Era Giuseppe Zois, l’allora direttore del fu Giornale del Popolo. Mi contattava per chiedermi se mi interessava diventare il loro corrispondente da Palazzo federale. Accettai, ovviamente. Avevo 24 anni. Chiesi solo di poter concludere gli studi di Master. Mi aspettarono. Solo diversi anni più tardi Zois mi avrebbe rivelato che aveva ricevuto qualche telefonata da chi si lamentava che un "ic" fosse inviato a Berna. Sono sicuramente gli stessi che l’altro giorno - come tutti noi, ben inteso - hanno fatto salti di gioia quando la squadra di Petkovicć ha sconfitto la Francia dopo due goal di Seferovicć e uno di Gavranovic. Tutti e tre originari della Bosnia, fra l’altro, come il sottoscritto.
Rimasi al GdP due anni e nel 2002 entrai nello stato maggiore di un consigliere federale. Ricordo ancora la sera in cui squillò il telefono e la voce fu quella del ministro, che mi comunicava la sua decisione di assumermi come collaboratore scientifico. Capii che al più tardi in quel momento ben preciso la mia "integrazione" nella società svizzera si fosse conclusa. Avevo 26 anni, ero ancora straniero (col permesso "B", addirittura, per chi se ne intende) e tutto ciò non era un ostacolo per lavorare per uno dei sette politici più importanti della Svizzera. Certo, più tardi qualche invidia implicita potei percepirla, e in un giornale-giornalaccio del cantone lessi sul mio conto frasi del genere "colui che ha rubato [sic] il lavoro ai giovani ticinesi". Ma tutto ciò entrava in un orecchio e ne usciva dall’altro, come un treno che ti passa davanti a tutta velocità mentre stai seduto in una stazione ferrovia. Fa tanto rumore ma poi scompare e la calma ritorna, almeno fino al passaggio del prossimo.
Oggi il GdP non esiste più. Anche il ministro in questione non è più in carica. I miei interessi professionali sono altri. Ma se racconto questa storia, nell’ultimo numero di questo giornale, è perché viviamo in un mondo in cui spesso leggiamo che uno non può arrivare da nessuna parte "se non è figlio di". Non è stata questa la mia esperienza. Certo, non ignoro che tuttora tante persone hanno difficoltà a trovare lavoro e ancora oggi soffrono di discriminazioni. C’è ancora tanto da fare, in ogni società, per combattere certi vizi e pregiudizi. Così come non ignoro che chi parte da una situazione di partenza più svantaggiata deve impegnarsi di più, su questo non ci piove. E avere la fortuna di trovare sul cammino le persone che in momenti decisivi ti danno fiducia.
*Professore di scienze politiche al Dipartimento di scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Ginevra
03-07-2021 21:30

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