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IL COMMENTO di Chantal Tauxe
Questo sarà l'anno
della scelta europea
Chantal Tauxe


Cosa succederà nel 2019 tra la Svizzera e l’Ue? Proviamo a leggere il futuro in una boccia di cristallo frantumata in mille pezzi. Innanzitutto immaginiamo che il governo britannico organizzi un nuovo voto sulla Brexit e che, finalmente, il Regno Unito decida di restare nell’Ue. L’onda d’urto avrà un impatto sulle relazioni tra la Svizzera e Bruxelles. I 27, sollevati, potrebbero mostrarsi magnanimi con noi e concederci qualche capriccio supplementare. Oppure, visto che la loro intransigenza ha pagato, mostrarsi inflessibili e mettere in atto ogni tipo di misura di ritorsione.
E noi, cosa decideremo al termine della procedura di consultazione in corso sull’accordo quadro? Vediamo lo scenario ottimista. Seguendo gli ambienti economici, la maggioranza dei cantoni dà un preavviso positivo al testo negoziato dal Segretario di Stato Roberto Balzaretti e dai suoi predecessori. Il Consiglio federale decide quindi di sottometterlo al verdetto del parlamento, poi del popolo. L’accordo passa, risicato, nelle due Camere. Il senso della Realpolitik si impone. Specialmente nel Plr e nel Pdc. Nella scia, il mondo accademico e scientifico si mobilizza. I sondaggi danno l’elettorato della sinistra diviso (i socialisti si ricordano che il programma del partito difende l’adesione all’Ue). L’accordo quadro finisce per essere approvato. La probabilità che il popolo dica no è evidentemente reale. Difficile vincere se l’Udc e il Ps sono in linea. I due rappresentano la metà dell’elettorato. Il grande dibattito di quest’anno sarà dunque il costo del no. Se respingiamo l’accordo quadro, indipendentemente dall’esatta sequenza delle decisioni, l’Ue ci punirà un po’, molto o tantissimo?
Il ventaglio delle misure di ritorsione è ampio: l’equivalenza della borsa svizzera, i programmi di ricerca, Erasmus. In maniera più subdola, in funzione delle evoluzioni legislative interne all’Ue, finiranno le facilitazioni garantite attualmente dagli accordi bilaterali. Una lenta erosione dell’accesso al mercato europeo, vieppiù seccature alle frontiere, spingeranno le aziende a sviluppare le loro attività nell’Ue piuttosto che in Svizzera, e i nostri subappaltatori ad essere sempre meno sollecitati. Un esempio: se l’accordo sull’abolizione delle barriere doganali non viene più aggiornato, per l’economia svizzera potrebbe tradursi in un costo tra i 150 e i 300 milioni di franchi all’anno.
Lanciando una consultazione di cui valuterà i risultati in primavera, il Consiglio federale ha cercato di guadagnare tempo. L’Ue ha risposto chiedendo un "parere positivo" sull’accordo quadro entro la fine di giugno. Altrimenti l’equivalenza della borsa svizzera cadrà.
L’anno elettorale elettrizzerà la discussione. L’economia che vuole questo accordo potrebbe mettersi a negoziare con i sindacati delle nuove misure per migliorare il potere di acquisto in cambio della loro adesione.
Dopo cinque anni trascorsi a tergiversare, il 2019 sarà per la Svizzera l’anno della scelta europea… sapendo che una non-scelta avrà un costo elevato, e che i bilaterali sono stati un formidabile piano B. Il piano B del piano B non è sicuro che esista (tanto che l’Ue esclude di rinegoziare qualsiasi altra cosa per molto tempo). Tutti coloro che vogliono conservare l’accesso al ricco mercato unico, senza discriminazioni e senza dovere aderire all’Ue, dovranno dar prova di creatività e di coraggio.
13-01-2019 01:00
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