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Uno studio analizza l'evoluzione della criminalità organizzata
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Storie di mafia
tra boss e nuove cosche
MAURO SPIGNESI


Le virtù dell’uomo sono tre: forte come il ferro, freddo come il ghiaccio e umile come la seta", ha raccontato Brunello Nesci, esponente della società di Frauenfeld, nel Canton Turgovia, una cosca scoperta nel 2014. Un’operazione che fece emergere ciò che tanti, tra politici, magistrati e criminologi, avevano ribadito più volte e cioè che la ‘ndrangheta è presente in Svizzera da ormai 40 anni. Ma non solo la ndrangheta. È la mafia, come fenomeno criminale, ad aver messo radici. Lo testimoniano una serie di inchieste. Dall’operazione Pizza Connection, a cavallo degli anni ’70 e ’80, sino ai casi recenti di questi ultimi tempi, come quello del killer Gennaro Pulice, poi diventato collaborare di giustizia, che viveva tranquillo gestendo un negozio di mobili a Pambio.
Una parabola, quella della criminalità organizzata, racchiusa in uno studio di 86 pagine realizzato dalla ricercatrice e giornalista di Losanna Madeleine Rossi, in collaborazione con la Scuola di formazione nella gestione delle emergenze (Sforge) di Firenze. Rossi ha collaborato a lungo con la Fondazione Antonino Caponnetto, dedicata al capo del pool antimafia del quale facevano parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. "Il mio lavoro - racconta Rossi - parte da una duplice esigenza. Da una parte raccontare la mafia in tutte le sue sfaccettature, perché in molti territori si tende a dire che non esiste e non bisogna parlarne perché ha riflessi negativi nell’economia. E dall’altra avevo l’esigenza di spiegare - soprattutto in Italia - come invece funziona il sistema giudiziario svizzero e come la Confederazione combatte il crimine e con quali strumenti legislativi".
Nelle pagine dello studio, che si intitola "Mafie italiane in Svizzera", è contenuto un lungo itinerario con le tappe di sangue, gli attentati e le stragi, le principali inchieste giudiziarie. Inchieste che quasi sempre partono dall’Italia e arrivano in Svizzera dove le mafie non soltanto hanno piantato radici, sviluppato business ma fatto crescere una rete di controlli e attività che si sta estendendo sempre più. Una istantanea di questa situazione si rintraccia nelle storie di boss e bande in Svizzera. Ma anche negli scandali che in qualche modo hanno avuto una sponda nella criminalità organizzata. Come il Ticinogate, che portò alla ribalta commistioni tra potere giudiziario e ambienti del malaffare anche grazie all’inchiesta giornalistica del Caffè. E a proposito di giornali, Rossi dedica una parte del suo lavoro proprio agli approfondimenti, alla percezione delle mafie nei media elvetici, dove si nota come quelli della Svizzera italiana abbiano sviluppato una sensibilità maggiore.
Ma come si contrasta la mafia? "Il problema di fondo - spiega Madeleine Rossi - è che in Svizzera, contrariamente all’Italia e alla Germania (dove esiste l’associazione Mafia? Nein, danke), non si è sviluppata una cultura dell’antimafia. Una cultura che in quei Paesi si è tradotta anche in norme penali". Come il regime duro in carcere per i mafiosi o il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. E tuttavia nella parte finale della ricerca partendo da una interrogazione del deputato socialista Didier Wyler, 1973, la prima che sollevava il problema della mafia, si passano in rassegna 57 atti parlamentari simili, l’ultimo sulla presenza a Bissone di un parente di un boss. Tanti. Il segno resta parecchio lavoro da fare.

mspignesi@caffe.ch
12.05.2019


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