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Settore per settore, qual è stato l'impatto con il virus
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Economia ad alto rischio
con l'incognita ripartenza
LIBERO D'AGOSTINO


I mesi prossimi saranno decisivi per l’economia nazionale e per quella ticinese più duramente toccata dalla crisi provocata dalla pandemia e dai lockdown. Si spera sull’effetto dei vaccini, sul rilancio dei consumi e sulla ripresa di Cina e Usa che dovrebbe fare da propulsore a una nuova fase di crescita per tutta l’Europa. La Svizzera si è lasciata alle spalle un 2020 con una perdita del Prodotto interno lordo (Pil) stimata in 36 miliardi di franchi. Se tutto andrà per il meglio, nel 2021, stando alle previsioni del Credit Suisse, la perdita del Pil dovrebbe assestarsi a 21 miliardi.
Il coronavirus e il susseguirsi dei confinamenti hanno provocato nel sistema produttivo cantonale danni la cui entità è ancora tutta da valutare. Permane un generale clima d’incertezza che è un veleno per le aziende e per la nascita di nuove imprese che ha segnato un calo del 16%, contro un aumento del 5% nel resto del Paese.
Dall’inizio della pandemia ad oggi l’Ufficio federale di statistica, ha stimato che si sono persi 4200 impieghi. Sinora non è si avuta un’ondata di fallimenti, ma la grande incognita è cosa succederà quando finiranno gli aiuti pubblici e l’orario ridotto a cui si è fatto massiccio ricorso in questi mesi. Si conta sul fatto che i risparmi, oltre 15 miliardi di franchi, accumulati nell’ultimo anno dalle famiglie con buoni redditi daranno una spinta ai consumi. Sempre che questi soldi, con la fine delle restrizioni anti-covid, non vengano spesi altrove. Ma ecco settore per settore i possibili scenari.

INDUSTRIA
Nel 2020 in Svizzera la produzione industriale è diminuita del 3,3%. Una contrazione che ha colpito soprattutto il tessile-abbigliamento, macchinari, orologeria e i prodotti elettronici. L’export, dopo aver chiuso l’anno con un meno 7%, nel febbraio scorso ha registrato un nuovo calo per la chimica- farmaceutica, le macchine di precisione, l’elettronica e l’orologeria che nei mesi precedenti era in leggera ripresa.
Per l’Associazione degli industriali ticinesi (Aiti), la situazione del cantone rispecchia il trend nazionale: a metà 2020 la flessione della produzione era addirittura superiore al 3,3%, è seguito un parziale recupero in inverno, ma con differenze notevoli da un settore all’altro. L’anno scorso il Ticino ha visto la chiusura di due importanti aziende, le sedi locali della Te Connectivity, multinazionale del settore automobilistico, e della Kerr, specializzata nella produzione di materiali dentali, con una perdita di oltre 200 posti di lavoro. Ma hanno chiuso anche tante piccole imprese a cui il coronavirus ha dato il colpo di grazia.
A soffrire sono in particolare le aziende terziste che lavorano per altri gruppi nazionali o esteri dell’automotive e dell’aviazione in forte crisi in tutto il mondo. Con un’industria molto orientata sull’export, si guarda fiduciosi al rilancio della domanda  internazionale e agli effetti della vaccinazione di massa che dovrebbe normalizzare i mercati di riferimento. "Se non ci sarà questa ripresa nella seconda metà di quest’anno - ha avvertito l’Aiti -, non sono esclusi dei licenziamenti".

COSTRUZIONI
L’edilizia e le costruzioni in genere hanno rallentato la corsa impetuosa di qualche anno fa trainata dai grandi investitori istituzionali. Nel 2020 il comparto ha registrato in Ticino una flessione del 14% della cifra d’affari, perciò sono ancora più importanti gli investimenti pubblici. Ma la decisione delle Ferrovie federali di tagliare del 50% gli investimenti nel cantone e quella dell’Ente ospedaliero di rinunciare all’ampiamento del Civico di Lugano, progetto da 200 milioni di franchi, hanno suscitato una forte apprensione tra gli impresari edili. A causa della pandemia, hanno infatti già dovuto mettere in conto ritardi e blocchi degli investimenti in molti Comuni intimoriti dai bilanci in rosso.
Si fa affidamento sul piano da 100 milioni del Cantone per il risanamento energetico e la conservazione degli stabili statali, con una spesa annua di 14 milioni sino al 2027. Troppo poco, però, per supportare un settore che, dopo la crescita dell’ultimo decennio, è dimensionato su ben altre cifre. Significativo l’appello che arriva dall’edilizia: "Bisogna invertire la tendenza al blocco degli investimenti, se non si vuole estendere l’attuale crisi economica ad una pericolosa crisi occupazionale dalla quale sarà più difficile riprendersi".

COMMERCIO
L’ultimo brutto segnale è arrivato con la chiusura a Locarno della Globus, 50 posti di lavoro cancellati e un inequivocabile allarme sull’impoverimento e la perdita di attrattività della piazza ticinese, con una lunga sequenza di altre vetrine vuote a Chiasso, Lugano e Bellinzona. La scrematura delle attività commerciali era però iniziata molto prima della  falcidia innescata dal coronavirus, con la chiusura di decine e decine di negozi. Difficoltà iniziate una decina di anni fa con l’impennata del franco che ha incoraggiato gli acquisiti oltreconfine e inasprite, poi, dalla concorrenza del commercio online. In Ticino, la regione più motorizzata del Paese, persino la vendita delle auto nel febbraio scorso ha registrato un meno 8% (-15,5% in Svizzera) rispetto allo stesso periodo del 2019.

I VINIFICATORI
Con i ristoranti chiusi, senza i carnevali e la banchettistica dei piccoli e grandi eventi, va anche male per il settore vitivinicolo con perdite di fatturato di oltre il 35% per i piccoli vinificatori che non hanno accesso agli scaffali dei grandi magazzini. La pandemia, con l’impossibilità di andare a fare la spesa oltre frontiera, ha favorito invece la vendita di prodotti alimentari ( 10%), comparto però dominato dalla grande distribuzione. Tant’è che l’anno scorso i supermercati elvetici hanno realizzato la cifra d’affari record di oltre 30 miliardi di franchi.
Disastrosa, invece, la situazione dei piccoli commerci costretti a chiudere durante i lockdown, con perdite che oggi ne mettono in gioco la sopravvivenza. Assieme ai ristoratori, agli artigiani, agli artisti e ai titolari di tante altre micro imprese, i negozianti rappresentano quel frastagliato arcipelago del lavoro indipendente più duramente investito dalla crisi e che resta a galla grazie agli aiuti dello Stato. La ripresa dei consumi darà solo una boccata d’ossigeno al piccolo commercio, che sembra condannato ad un ulteriore ridimensionamento con l’avanzata irreversibile dell’e-commerce e gli acquisti all’estero appena finiranno le restrizioni anticovid.

I TRASPORTI
La traiettoria del tracollo del turismo è visibile nella picchiata dei principali vettori della mobilità internazionale e nazionale: l’aeronautica, in stallo ormai da un anno, bloccata dalla caduta verticale dei collegamenti e del numero dei passeggeri, e le ferrovie. La Swiss l’anno scorso ha subito una perdita operativa di 654 milioni di franchi, una diminuzione del 74,5% del numero dei passeggeri e ha programmato la soppressione di mille impieghi. Le Ffs hanno invece perso 617 milioni di franchi e più di un terzo dei passeggeri.
La crisi ha travolto tutta la filiera turistica, dai trasporti alle agenzie di viaggio, dalla ristorazione all’albergheria, dalle manifestazioni culturali all’eventistica che alimenta il turismo degli spettacoli e delle grandi fiere. Per il 2021 sono state annullate in Svizzera 35 fiere, mentre l’anno prima erano stati cancellati 17 progetti di eventi, con la perdita di tre miliardi di franchi e 4.460 impieghi. Anche le stazioni sciistiche nonostante siano rimaste aperte, a differenza degli altri Paesi, devono sostenere un calo del fatturato che ha toccato il 24% a livello nazionale e il 21% nel cantone.

ALBERGHERIA
Nel 2020 gli alberghi svizzeri hanno visto svanire un buon 40% di pernottamenti, in Ticino il 16,3%, l’equivalente di quasi 380mila pernottamenti. A gennaio si è avuto un ulteriore peggioramento: meno 58% su scala nazionale e meno 46% nel cantone, al confronto dello stesso mese di un anno fa, e con un tasso di occupazione del 2-5% quando solitamente si oscillava tra il 35-45%. Ora una Pasqua da tutto esaurito fa sperare anche in una buona stagione estiva.
Mancano previsioni ufficiali su eventuali cessazioni dell’attività, certo è che gli hotel della fascia media e medio bassa saranno a corto di liquidità per i grandi lavori di manutenzione e di modernizzazione delle strutture, con un inevitabile degrado della loro offerta.

RISTORAZIONE
Tempi ancora più grami per la ristorazioni che nella Confederazione ha un ruolo importante e occupa 260mila persone, delle quali 16mila nel nostro cantone. Gastrosuisse ha stimato che ha già chiuso un ristorante su 5. In Ticino che, vanta un esercizio ogni 120 abitanti contro una media svizzera di uno per 240 residenti, si teme che non riaprirà più uno su dieci. Il futuro (si sperava in una riapertura almeno in questo periodo pasquale) è più incerto per i locali fuori dalle aree turistiche e per i ristoranti aperti tutto l’anno, in forte affanno per i mancati guadagni, dopo oltre sei mesi di stop forzato.
ldagostino@caffe.ch
27.03.2021


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