Fogli in libertà
Le promesse elettorali
e l'italiano dimenticato
RENATO MARTINONI


La campagna elettorale che si conclude oggi è stata tanto intensa, almeno per la volontà di mettersi in mostra e di profilarsi, quanto ripetitiva e povera di argomenti nuovi. Stringi stringi, la minestra è sempre la stessa. Si è insistito molto sulla determinazione di battersi per la Svizzera, in difesa della sua integrità, del benessere acquisito nel tempo, della sicurezza sociale e via di seguito. Ci si è accusati a vicenda di essere dei "traditori della patria", facendosi passare per "patrioti". In realtà, al di là dei rimbrotti di facciata, tutti dentro di sé vogliono difendere la Svizzera e i suoi beni accumulati con il lavoro, la moderazione e la misura. Nessuno è tanto masochista da volerli buttare al vento.
Se un tema invece è mancato nei dibattiti e nel tam tam della propaganda, questo è stato l’italiano. Si è parlato molto di ticinesità, che qualcuno confonde con il dialetto (quello oltretutto ferroviario, che non sa né di me né di te), e di "svizzeritudine", spesso identificata dagli uni e dagli altri con l’erezione di muri. Nessuno che abbia detto qualcosa in difesa della nostra lingua. Vero è che quando si deve affrontare la questione allora significa che il tema è caldo, delicato, che c’è aria di crisi, che qualcosa è in pericolo. Nessun politico o candidato tale ha messo la lingua italiana al centro delle promesse elettorali? Vuol dire che in questo momento la situazione dell’italiano non viene percepita come minacciata. Questo può essere positivo, anche se il buon senso e la "svizzeritudine" consigliano di non abbassare la guardia. Anche perché le lingue nazionali, e il plurilinguismo, sono il patrimonio che ci unisce e che sta alla base della nostra identità.
Più si è minoranza e più questo discorso deve rimanere fisso nella testa. Come un chiodo. Non è forse un caso che, in Svizzera, chi si impegna maggiormente nella difesa della loro identità sono i romanci. Perché sono una piccola comunità. Poi vengono gli italofoni, anche se per loro c’è un problema: sono assai più numerosi ma si dividono fra svizzeri e italiani. Solo per i primi la questione della lingua è anche politica. Poi vengono i francofoni e alla fine i germanofoni. Germanofoni che non si sentono minacciati, essendo la maggioranza, ma usano comunque lo svizzero tedesco per distinguersi e per difendersi dai germanici. Germanici che, quando stanno in Svizzera, non hanno nessuna sensibilità per le lingue minoritarie, non essendo cresciuti in un paese plurilingue come il nostro. Morale della favola. Sono le minoranze (pertanto anche gli italofoni) che devono continuare a occuparsi, e a preoccuparsi, della loro lingua madre. Chi vuol fare politica, ma sul serio, non dovrebbe mai dimenticarsene.
20.10.2019


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