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Dal celebre scrittore la cronaca dell'impresa rossocrociata
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La mia Svizzera
nel pallone
ANDREA VITALI


Non si può contestare l’esistenza di una narrazione, più orale che scritta, della rivalità che corre tra Italia e Svizzera, soprattutto quando le due nazionali si incontrano su un campo di calcio. E io, essendo al di qua del confine a meno di sessanta chilometri, teoricamente dovrei essere buon testimone di quanto detto. Gli è però che nel mio caso specifico, nel sentire la Svizzera, calcisticamente parlando e no, devo considerare alcuni aspetti della mia formazione sin dalla più tenera età ai quali non posso derogare. Sin da quando, molto piccolo invero, mi annunciarono che dietro la montagna che ho tuttora di fronte, sulla sponda occidentale del lago di Como, esisteva un Paese straniero che si chiamava Svizzera.
Fu meraviglia infantile, poiché sino ad allora non avevo concepito altro mondo se non quello che avevo sotto gli occhi quotidianamente, da cui, anche grazie al fatto di averne orbata la vista, nacque una serie di fantasie che ammantarono quel luogo come fosse una terra di sogno. Più avanti negli anni ad alimentare questa fantasia di un Eldorado sotto mano furono le chiacchiere di un cameriere dal fantasioso riporto che colà trascorse anni lavorando. I suoi resoconti serali di locali notturni e donne fatali, perlopiù bionde, scaldarono più di un sangue tra il ristretto pubblico degli uditori. E qualcuno tra questi volle verificare, toccare con mano le meraviglie ascoltate, riportando poi avventurose cronache sulla cui fondatezza nutro tuttora qualche dubbio.
Ma tant’è, il primato della parola adombrò quello della realtà e nonostante pareri contrari rimasi attaccato alla mia idea della Svizzera quale terra di sogno cui diedero sostanza le vittorie di Alinghi in Nuova Zelanda e in Spagna. In quale terra, pur priva di anche un solo cucchiaio di acqua di mare, poteva nascere e prendere corpo un sogno siffatto, vincere due volte la coppa America, se non in quella che stava appena dietro la montana suddetta?
Tutto ciò per giungere ai campionati europei in corso e dare conto di uno sdoppiamento di personalità, la mia, onde perpetuare, persistere nell’idea sottesa a queste righe. Mi riferisco al sogno che la nazionale elvetica ha regalato a un corposo popolo di tifosi di varia estrazione tenendo testa e poi infine eliminando i galletti francesi, presentatisi in campo forse un po’ presuntuosetti.
Dal mio divano sfondato per le troppe sedute non sono riuscito a contenere la viscerale partecipazione all’evento, senza filtri, com’è dell’etica del tifoso di calcio, trovandomi a tifare, e poi gioire, come fossi un cittadino rossocrociato. E, visto che alla discesa in campo degli azzurri mancavano ancora un po’ di ore, ho deciso di presentarmi a me stesso con quella seconda anima di sostenitore d’oltre confine e di risedermi su quel divano, che ormai meriterebbe la pensione, sperando in un ennesimo sogno che si fa realtà quando gli stessi hanno affrontato la Spagna. Confesso che la delusione è stata forte, soprattutto laddove non ho rivisto la micidiale precisione dei rigoristi rossocrociati che ai francesi non aveva lasciato la minima speranza. E, anche, mi tocca dire che il sonnifero titic e titoc della Spagna mi ha indotto in una perniciosa, preliminare fase di sonno che non mi ha permesso appieno di godere della vittoria degli azzurri sul Belgio, che avrebbe dato le ali all’ennesimo sogno. E sì, perché ormai, senza freni, ero lanciato a immaginare che con un ultimo sforzo la nazionale di Vladimir Petkovic, alla faccia di ogni previsione, avrebbe raggiunto la finale trovandosi infine di fronte a quella di Mancini, dando corpo a un evento epocale.
Si fosse realizzata tanta fantasia, ne avrei tratto anche un beneficio interiore, psicologico, ricomponendo in una sola le due personalità di cui dicevo sopra, rimettendomi al mio posto, al di qua del confine, richiamandomi all’amor di patria. Purtroppo il destino, che come si dice poggia sulle ginocchia degli dei e forse anche un po’ sta nel taschino dove gli arbitri tengono il cartellino rosso, non ha voluto così. Ma non tutto il male vien per nuocere, come si dice. Quindi, questa mattina, fatto il bilancio di ciò che è accaduto, prima di mettermi a scrivere queste righe, mi sono posto di fronte alla mia finestra vistalago e ho guardato la montagna che mi sta di fronte, quella oltre la quale mi dissero esisteva un Paese straniero che si chiama Svizzera, provocandomi meraviglia e fantasie. È sempre lì, come allora, con il suo profilo che ricorda quello di un drago addormentato. Sono convinto che un giorno o l’altro si risveglierà da un sonno che dura da chissà quanti anni e facendo due passi per sgranchirsi le membra parecchio arrugginite rivelerà ai miei occhi quella terra che per adesso mi nasconde. Ma non ho fretta che accada anzi, per dirla tutta, non voglio proprio. Perché quando si covano certi sogni sin dalla più tenera età, li si coccolano, li si proteggono dalla disillusioni, ecco, è meglio portarseli dentro fino alla fine. Poi, dopo, accada pure quello che deve.
03.07.2021


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