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Liliana Segre
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"Testimoniare l'orrore
perché non si ripeta"
FRANCESCO ANFOSSI


Liliana Segre, 89 anni, senatrice a vita per i suoi alti meriti di testimone della memoria dell’Olocausto, si definisce semplicemente una "nonna piena di interessi", con i suoi tre figli e i suoi tre nipoti. Lei è il simbolo del dolore. È una signora della borghesia milanese, schiva ed elegante. Il suo appartamento, luminoso e raffinato, ingombro di foto, di fiori e di piante, non è molto lontano dall’indirizzo della casa di famiglia di Corso Magenta 55, dove un giorno del 1945 Liliana tornò quindicenne, orfana, completamente sola, tutta pelle e ossa (pesava 32 chili). Era sopravvissuta a quattro campi di sterminio: Auschwitz-Birkenau, Jugendlager e Malchow. Aveva perso l’amatissimo padre i nonni paterni (titolari di una ditta di tessuti industriali) e quattro cugini. Sul braccio, la matricola di Auschwitz 75.190. "A ben vedere - racconta - di nipoti non ne ho solo tre, ne ho migliaia, perché non ho fatto altro che girare per le scuole di tutta Italia per testimoniare l’orrore, affinché non si ripeta mai più".
Nel 1938 Mussolini firma le leggi razziali e Vittorio Emanuele Terzo le promulga. Liliana ha otto anni. Deve andare in terza elementare ma per lei le porte della scuola elementare Ruffini si chiudono. "Fu mio padre a darmi l’annuncio in lacrime. In strada le mie compagne mi additavano a vista. L’indifferenza è una straordinaria incubatrice dell’odio, lo dico sempre ai ragazzi. L’odio e il razzismo arrivano quando si anestetizzano le coscienze, bisogna vigilare. Oggi il contesto storico è molto diverso e non bisogna lasciarsi prendere da analogie troppo affrettate, ma l’indifferenza verso la condizione di tanti migranti in fondo è la stessa.  So cosa vuol dire essere clandestina e richiedente asilo".
Quando iniziano le deportazioni la famiglia Segre viene nascosta come Anna Frank grazie da due coraggiose famiglie in una casa del Varesotto. Poi, nel 1943, il tentativo di fuga in Svizzera. Al confine però i Segre vengono presi da una guardia elvetica e portati alla gendarmeria di Arzo. Dopo un breve interrogatorio sono rispediti indietro. Nel tragitto di ritorno vengono intercettati da un gruppo di finanzieri italiani in camicia nera. Padre e figlia finiscono nel carcere milanese di San Vittore per 40 giorni. Poi vengono deportati ad Auschwitz e divisi: non si rivedranno mai più.
Nel 2019 avviene qualcosa di inquietante. Quando il 30 ottobre scorso al Senato viene istituita la commissione "bipartisan" contro l’odio e  il razzismo, affidando alla Segre la presidenza, le forze di minoranza  (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) si astengono in nome di una pretesa libertà di espressione. Pochi giorni dopo il sindaco di una città del Piemonte rifiuta di concederle la cittadinanza onoraria e la conferisce all’attore cabarettista Ezio Greggio, che la rifiuta memore di suo padre prigioniero in un lager (il sindaco poi si pentirà pubblicamente del suo atto). E se non bastasse, in questo clima, la Segre diventa oggetto di pesantissime minacce antisemite, al punto che le viene assegnata una scorta. La società civile e politica italiana però reagisce. Non si contano le proposte di cittadinanza onoraria (Modena, Prato, Livorno, Firenze...), i premi, i riconoscimenti  e perfino la proposta di assegnazione del Nobel per la pace. Su tutto, l’imponente marcia guidata da 600 sindaci d’Italia che il 10 dicembre ha attraversato le strade di Milano. Lei, al solito, si schernisce: "Il Nobel della pace datelo a chi lo merita. Io sono soltanto una testimone della memoria: ho un fitto programma di incontri con gli studenti per il 2020, non solo in Italia, anche in Europa". Intanto chi l’ha proposta per il Nobel per la pace non si ferma. E chissà che non la si veda tra gli accademici di Stoccolma il prossimo anno a ritirare il premio in memoria della Shoah. In un’Europa che ha spesso inquietanti vuoti di memoria.
22.12.2019


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