Pier Giacomo Grampa
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"Sostituiamo la paura
con rispetto e amore"
GIUSEPPE ZOIS


Il suo motto è "patiens in adversis", "paziente nelle avversità". Anni fa, quand’era ancora vescovo regnante, gli venne chiesto se non si fosse concesso qualche generosità nella scelta o se lo fosse imposto come traguardo. Con la schiettezza che è nel suo stile, Pier Giacomo Grampa, che per tutti è rimasto don Mino, rispose che era la sua "vetta da conquistare". Lui è il simbolo della speranza. Impetuoso come il vento di primavera ma anche schietto, franco, diretto: così è don Mino, un emotivo, capace di fiammate e subito dopo di commuoversi fino alle lacrime. In questo dicembre ha vissuto due anniversari significativi: 60 anni di sacerdozio e 15 da vescovo. Uomo di scuola con i suoi 38 anni vissuti al Papio, divenendone un’istituzione, si è rivelato alla diocesi, ma più in esteso al cantone, con una guida sicura nella temperie dei tempi, tra sfide e questioni da affrontare.
Proprio su queste ha mostrato il suo coraggio, ad esempio, verso una pastorale di comprensione per i divorziati, con i giovani per una sessualità "intelligente, affettiva, relazionale nel modo giusto. I Comandamenti sono dieci e non si fermano al sesto", anteponendo il valore della relazione agli appesantimenti oppressivi e ai rimorsi. Non voleva e non vuole una Chiesa con preti professionisti del rimorso, ma educatori e dispensatori di misericordia, portatori di speranza. Insomma: sguardo e animo aperti sul presente. È convinto ad esempio che sulla modernità "ci sono strappi precipitosi e irriflessivi e manca un atteggiamento di valutazione, sufficientemente ponderata e giudiziosa di ciò che richiedono una generazione e un determinato momento storico". Non si sottrae ad alcun confronto: gli riconosce disponibilità mentale e volontà di dialogo anche un teologo esigente e critico come Vito Mancuso.
Da 6 anni, da quando gli è succeduto l’attuale vescovo, Valerio Lazzeri, don Mino vive all’Istituto Sant’Angelo di Castel San Pietro, tra i disabili. Fa cresime, si sposta dove lo chiamano, svolge un intenso ministero, partecipa a serate. Ha mantenuto la carica di uranio vivo che gli scorre dentro.
Siamo in un tempo e in una società dominati di continuo dalla rincorsa di qualcosa. "Una volta i desideri erano chiamati a maturare lungamente nell’attesa. Per conquistare qualcosa, bisognava riflettere, fare progetti a lunga scadenza, rinunce. Il consumismo ha eliminato lo scarto tra il desiderio e la sua realizzazione. I bambini hanno più giocattoli di quelli che possono sognare; i giovani cercano nei rapporti precoci l’appagamento di attrazioni che non hanno neppure il tempo di diventare amore; gli adulti valutano la qualità della vita dal numero di bisogni che sono capaci di soddisfare. Ecco, l’Avvento contiene il lievito del futuro".
Può essere che la "società liquida" stia annacquando anche la speranza. "Quando alla ricerca dell’amore, del rispetto, della libertà, della giustizia e dell’accoglienza sostituiamo la strada in discesa della contrapposizione, dell’odio, dell’esclusione, della paura si può perdere la tramontana. Dobbiamo fare come il contadino, che guarda lontano, prepara il terreno, semina, lavora ma poi si affida a chi governa le stagioni". Un augurio per Natale e il 2020 firmato da don Mino per i ticinesi non si scosta dal temperamento focoso dell’uomo e vescovo: "Non possiamo accontentarci di un Natale vestito solo di luminarie e di acquisti, attendere la nascita di un Cristo che non disturbi e che sia secondo i gusti personali di ciascuno, spesso solo decorativo. Dobbiamo sforzarci di andare verso la luce che viene da Betlemme e da quella capanna, con la semplicità, la prontezza e la generosità dei pastori. Sempre, anche nella fatica del tempo e nell’asprezza del cammino".
22.12.2019


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