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Dacia Maraini
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"Non può essere tutto
...solo soldi e potere"
GIUSEPPE ZOIS


iamo tutti in lotta e tutti in isolamento, chi nel chiuso delle case, chi all’ospedale o in clinica. Mobilitati contro "coronavirus", da qualcuno ribattezzato lo "stravirus". Nome all’anagrafe degli addetti ai lavori: covid-19": purtroppo è un nemico silenzioso che negli ultimi mesi, partendo da Wuhan ed estendendosi dalla Cina a tutto il globo, sta falciando impietosamente nell’anagrafe. Dicono che ci cambierà la vita, che niente sarà più come prima e che dovremo adeguarci a nuovi modelli di quotidianità e comportamenti. Bravo chi ci azzecca. Nessuno però di tutti i sussiegosi astrologi, futurologi, maghi e simili, lanciandosi nelle previsioni del 2020 aveva accennato a un simile scenario. Tant’è: viviamo nella paura, inondati consigli d’igiene, precauzioni, divieti. Il passo tra normalità - per quanto possibile - e angoscia si fa breve, specialmente se in cure intense, magari "intubato" (brutta immagine), abbiamo qualche familiare.
Una che per scelta e anche per mestiere non sta mai ferma - e glielo faceva osservare con amabilità l’anziana mamma: "Tu viaggi sempre" - è Dacia Maraini, icona della scrittura, autrice di romanzi, racconti e poesie che impreziosiscono la letteratura italiana. Dacia, che crea pagine filigranate di emozioni e sentimenti, racconta per "il Caffè" come trascorre questi giorni di clausura imposta.
Da bambina, durante la seconda guerra mondiale, mentre con la famiglia viveva in Giappone, subì l’internamento in un campo di concentramento a Tokyo; ora, a 83 anni, le tocca quest’altra esperienza. Precisa subito che "sono due cose diversissime. Allora l’internamento voleva dire non solo segregazione ma fame, malattie, parassiti, bombe e terremoti e nessuna comunicazione con l’esterno: ogni  sera mi stupivo di essere ancora viva. Qui oggi si tratta di stare in casa, dove si mangia, si comunica con l’esterno, si è relativamente sicuri". Vero, ma è pur sempre una privazione di libertà sia pure in nome della salvaguardia della salute collettiva. Ribatte pronta: "Durante il giorno mi va bene perché sono abituata a stare sola e scrivere. La sera, dopo avere finito di scrivere, di solito uscivo con gli amici, andavo a teatro, al cinema, a mangiare una pizza o un gelato. Questo mi manca, non la pizza ma la compagnia degli amici, dei parenti". Con la sera, poi, si sa che si addensano le paure. Quella più avvertita dalla delicata e profonda narratrice degli stati d’animo "è la paura della malattia, anche se non sono una ipocondriaca. Io sono indipendente di carattere e abitudini. L’idea di dipendere da qualcuno mi spaventa".
È un sentire, questo, molto percepibile nel suo libro "La grande festa", dove si parla di malattia e di morte. E in questo momento, aggiunge l’autrice "siamo turbati proprio da malattia e morte, anche quando, nel nostro piccolo, stiamo bene".
Viviamo un’epoca in cui abbiamo fatto progressi enormi in tutti i campi. Spesso però non sappiamo bene dove siamo diretti. Strumenti avanzatissimi e sofisticati ma viaggiamo al buio, come ci tocca nel presente. E lei: "Questo virus in effetti è molto insidioso e misterioso. Ancora ne sappiamo poco. Solo quando sarà finito e avremo raccolto tutti i dati del mondo forse potremo saperne di più e avremo anche, lo spero, un vaccino".
Stavamo facendo poco per noi, nel vortice degli impegni, ora siamo fermi ai box a tempo indeterminato e con presumibili successive diffuse diffidenze. Saggiamente Dacia fa notare che "dipenderà da noi. Se prenderemo questa malattia come un insegnamento e  un incitamento a vivere con più sobrietà e umiltà, miglioreremo. Altrimenti finiremo per autodistruggerci".
Si è discusso molto di rapporti sbilanciati tra i vari campi, dalla politica all’economia, dalla scienza all’etica. Per il dopo, quando torneremo in libera uscita la Maraini è positiva: "Gli esseri umani hanno sempre cercato una conciliazione. Credo che siamo capaci di farlo anche ora. Certo ci sono coloro che si oppongono, sia  per ragioni di interesse che  di potere, ma è una strategia stupida perché proprio come ci ha insegnato questa pandemia, siamo molto più collegati, molto più vicini e simili di quanto pensiamo. Non si può ragionare in termini di Paesi isolati, chiusi e autonomi, dobbiamo capire che siamo dentro una globalizzazione, ma nello stesso tempo dobbiamo spingere la globalizzazione a non muoversi solo sul valore del denaro e del potere. Vanno ritrovati i meriti della solidarietà e del sentimento comunitario".
Curiosità finale: con quali pensieri si alza al mattino e con quali si addormenta la sera? Vivendo in simbiosi con la parola, la risposta era immaginabile: "Mi sveglio pensando a come andrò avanti col mio romanzo. E prima di dormire mi soffermo sulle pagine dei romanzi altrui che leggo in continuazione, sia perché sono nella giuria di molti premi, ma anche per il piacere di farlo".
19.04.2020


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