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Enzo Bianchi
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"Ma noi, atei e credenti
siamo una sola comunità"
FRANCESCO ANFOSSI DA MILANO


ualche volta, di domenica, quando sono fuori dalla mia comunità, mi capita di dover cercare una Messa nella città in cui mi trovo, sedendomi tra gli ultimi banchi per non essere riconosciuto. Vedo entrare per lo più persone anziane che prendono posto qua e là. Raramente trovo una liturgia cantata, e quasi sempre il sacerdote è solitario davanti all’altare: sale solo qualche laico per le letture bibliche, scendendo poi velocemente. Dall’assemblea proviene qualche risposta, qualche versetto ripetuto stancamente; ci si scambia la pace con una distratta stretta di mano o con un breve cenno da lontano. Alla fine ognuno se ne va e prende la sua strada. L’impressione che vivo è di "assistere alla messa", non di parteciparvi. Tutti sono spettatori passivi di un cerimoniale ripetitivo dalla quale si è di fatto esclusi". Enzo Bianchi è uno dei monaci più conosciuti in Italia (ma anche nelle comunità ecclesiali di tutta Europa), fondatore della Comunità di Bose, votata al dialogo interreligioso in tutto il mondo, un piccolo paradiso nel verde della provincia piemontese di Biella. Bose è uno dei frutti del Concilio, ma il suo priore è molto critico per la mancanza di una riforma liturgica capace di coinvolgere i fedeli.
L’emergenza Covid19 naturalmente non ha cambiato le cose. "Siamo travolti - ha scritto - dall’epidemia di coronavirus ma siamo anche travolti dall’epidemia della paura. E in questa condizione faticosa e buia sembra essere travolta anche la Chiesa. Siamo sicuri che la Chiesa, adottando contro il possibile contagio misure che impediscono liturgie, preghiere e funerali partecipati dalla comunità, sia solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione?". Per il priore Bianchi non convince l’avere equiparato le Messe a una palestra o un museo, tanto più che prossimamente, con la cosiddetta "Fase 2", si potrà visitare una mostra, pur con le adeguate cautele. Perché non anche la Messa? "Nelle disposizioni ecclesiastiche sull’emergenza, equiparate alla disciplina imposta dall’autorità politica, non s’intravede la presenza di preoccupazioni pastorali e cristiane dettate dal Vangelo: compassione, urgenza della cura e della vicinanza ai malati e ai fragili. Ci si è limitati alla richiesta di sospendere le Messe, offrire un’eucaristia celebrata in privato, interrompere la celebrazione dei funerali".
Per il fondatore della comunità di Bose peggio del coronavirus c’è la paura di questo morbo pestilenziale. "Si è insinuata in noi una paura che a volte diventa angoscia; una paura che dobbiamo dominare, vivendola come un timore. E questo senza perdere il gusto della vita: siamo tutti sulla stessa barca, atei e credenti, dobbiamo sentirci comunità, fratelli e sorelle, solo così il morbo, questa prova così difficile e tragica, non sarà passato invano".
Anche il "lockdown", il rimanere chiusi in casa, deve essere adoperato per riscoprire insegnamenti preziosi, vivendo il tempo vuoto con intelligenza,
sperimentando "il dolce far niente che può essere situazione feconda per abitare con se stessi e ascoltare il silenzio. Pascal ammonisce: "La grande disgrazia delle persone deriva dall’incapacità di stare senza far nulla in una stanza". Ecco dunque un’occasione di crescita interiore, dobbiamo abitare non solo in casa ma dentro noi stessi".
Magari riscoprendo l’arte della cucina, qualità che Enzo Bianchi pratica da sempre (è anche un cuoco sopraffino) e che ha elevato in molti suoi scritti come disciplina interiore e persino spirituale. "L’uomo si distingue dagli animali per la capacità di cucinare gli alimenti. La cucina è un atto d’amore, un luogo di lgoria, è il luogo dell’arte quotidiana, ma è soprattutto il luogo in cui uno pensa, progetta, si esercita a far godere altri. Sfruttiamo questo tempo per far felici in nostri cari".
03.05.2020


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