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Pierre Cardin
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"Non ce l'avrei mai fatta
se non fossi narcisista"
ROSELINA SALEMI


Parla si sè in terza persona (strano ma vero): "Pierre Cardin è una griffe, non sono più io. Ed è tutto mio. Non ho partner, non ho fondi dietro di me, sono l’unico proprietario. Mi hanno criticato perché ho creato il sistema delle licenze. Ma questo ha fatto sì che il marchio fosse riconoscibile e, permettendomi di arricchirmi, mi ha consentito di essere libero". Genio vero, ha inventato tutto. La minigonna (anche se la questione è controversa), il prêt-à-porter ("ero il socialista della moda"), le sfilate maschili ("non esistevano"), il genderless, il concept store. Ha messo la sua firma su piastrelle, bicchieri, asciugamani, piatti, telefoni, pentole. Per primo ha aperto un negozio di moda in Giappone, per primo è andato a sfilare sulla Grande Muraglia. In Cina, alla domanda: "Chi è il presidente della Repubblica francese?" i bambini rispondevano "Pierre Cardin".
Nato in Veneto come Pietro Costante Cardin, trapiantato in Francia da bambino, dove è diventato Pierre, oggi, a 98 anni, è la memoria storica della moda. E il Brooklyn Museum gli ha dedicato la mostra "Pierre Cardin: Future Fashion". Ha rifiutato di scrivere un’autobiografia ma si è concesso a P. David Ebersole e Todd Hughes, registi del docu-film House of Cardin (gioco di parole che evoca House of Cards, la serie sui misfatti della Casa Bianca) evento speciale al Festival di Venezia, e ora in giro per il mondo. Era arrivato in laguna anche lui, elegantissimo Grande Vecchio in blazer blu, pantaloni bianchi e sneakers: "Che cosa mi è piaciuto di più? Vedermi sullo schermo - scherza -, un po’ di narcisismo ci vuole. Per farcela, oltre ad avere un forte desiderio, devi credere in te stesso. Io ho sempre creduto in me stesso".
Racconta la storia straordinaria di un ragazzo che durante la seconda guerra mondiale viveva a Vichy e sognava in grande: "C’era l’occupazione, e i tedeschi mi fermarono con una valigia di cartone. Ero pronto a entrare a Parigi a qualunque costo, tanta era la voglia che avevo di lavorare nella moda". Ci arrivò, passando da Elsa Schiaparelli e Christian Dior: "Quando decisi di mettermi in proprio, nel 1950, lui mi regalò 144 rose. Ero diventato il suo primo sarto. Ho imparato a fare le asole per dare ordini agli altri in maniera intelligente".
Ha disegnato il famoso bubble dress (1954), i vestiti dei Beatles, gli occhiali di James Bond, i costumi di Mata Hari (1964), gli abiti "lunari" ispirati alle conquiste spaziali. Pensa "che la moda debba essere sempre un po’ sovversiva". Poi, una confessione spiazzante: "Mi sarebbe piaciuto, in verità, diventare attore". Forse per questo ha finanziato, spesso in perdita, lo spazio teatrale dove notò un attrezzista dalla voce inconfondibile e lo raccomandò al regista: "Secondo me devi dargli una parte nello spettacolo". Era Gerard Depardieu.
"Ho comprato un castello a Lacoste, un palazzo a Venezia (ci ha abitato Giacomo Casanova) e il ristorante Maxim dove vent’anni prima non mi avevano fatto entrare perché portavo un maglioncino bianco ed ero senza papillon. È stato divertente, in effetti". Due legami forti, due grandi amori: l’attrice Jeanne Moreau ("ero omosessuale, ma lei mi ha sconvolto. Corrispondeva alla mia natura profonda. Era bella come sognavo fosse la bellezza") e il braccio destro André Oliver. Un’unica vanità: "Essere diventato Accademico di Francia". Di Coco Chanel dice con ironia: "Ha inventato un solo vestito ed è diventata famosa". Se gli chiedi il segreto della sua lunga giovinezza, risponde: "Lavoro, lavoro, lavoro! Quando sono in vacanza mi annoio". Non ha rimpianti, né sogni perduti: "Ho avuto una vita piena di soddisfazioni." Il suo prossimo traguardo? "Arrivare a cent’anni".
13.06.2020


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