Come si tesse la tela per i futuri vertici dell'Unione
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La Torre di Babele
per la nuova Europa
LORENZO ROBUSTELLI DA BRUXELLES


Dal cauto ottimismo, alla cautela, al rinvio.  Tedeschi, francesi, bulgari, polacchi, una Torre di Babele per i vertici Ue. Si è svolto ed è finito così il primo round dell’incontro tra i leader europei per decidere i "top jobs", le cariche più importanti per guidare l’Unione nella nuova legislatura.
I temi sul tavolo sono urgenti, si deve decidere il quadro finanziario per i prossimi sette anni, c’è la questione immigrazione, il futuro dell’euro, le nuove relazioni con la Svizzera che sono, in particolare, un pacchetto che l’attuale presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, vorrebbe definire entro la fine del suo mandato, il 31 ottobre, per poi lasciare al successore solo la finalizzazione tecnica.
Chi sarà però il successore del lussemburghese è ancora avvolto dal mistero. Attorno a quella nomina ruotano tutte le altre, per una questione di equilibri generali e perché è anche la più complessa, dato che necessita dell’accordo dei governi e dei parlamentari europei. Il Consiglio europeo nella notte tra giovedì e venerdì ha raggiunto un solo punto certo: il candidato del Partito popolare europeo, Manfred Weber, tedesco, è fuori. Non lo hanno accettato i liberali e i socialisti in Parlamento, non lo hanno accettato troppi governi. La candidatura era debole sin dall’inizio, Weber non ha la personalità e il curriculum adeguati per il ruolo. Nessuno se lo immagina trattare con il presidente Usa su questioni commerciali, come ha fatto Juncker, o redarguire Vladimir Putin per gli attacchi di disinformazione orchestrati dalla Russia. Però era il candidato del partito che ha preso più voti alle europee, accettato, a malincuore, dalla cancelliera Angela Merkel, la quale per giustificarne l’esclusione aveva bisogno di dimostrate ai tedeschi di aver lottato fino alla fine contro un muro insormontabile.
Emmanuel Macron è stato il tessitore dell’opposizione a Weber, contrario al sistema dello spitzenkandidat, almeno, spiega il presidente francese, fin quando non ci saranno liste elettorali transnazionali, e i cittadini possano votare direttamente il candidato alla guida della Commissione. Merkel però ha ottenuto che il presidente della Commissione sia un esponente del Ppe, cosa che aiuta anche un po’ le trattative, perché si è stabilito almeno un punto fermo. Ma è l’unico. Per i nomi ne circolano molti: il francese Michel Barnier, la lituana Dalia Grybauskaitė, la francese Christine Lagarde, la bulgara Kristalina Georgieva. Nelle ultime ore è sbucato anche il nome del polacco Donald Tusk, attuale presidente del Consiglio europeo e regista del negoziato.
Le nomine da decidere sono cinque: i presidenti di Commissione, Consiglio europeo, Parlamento, Banca Centrale europea e Alto rappresentante per la Politica estera. È un pacchetto unico, l’uno si regge sull’altro, e la maggioranza politica "istituzionale" ora si è allargata, in numeri e in componenti, che sono diventati quattro: popolari, socialisti, liberali e verdi, e a tutti va dato qualcosa.
Fallito il primo round si è fissato il secondo per il 30 giugno, con la speranza, spiegano gli uomini di Tusk, "di chiudere entro la prima colazione" del primo luglio, per arrivare con un nome alla scadenza non rinviabile del due luglio, quando il Parlamento dovrà eleggere il presidente. Potrebbe essere una battaglia tra il popolare Weber e la verde Ska Keller, anche lei tedesca. L’uomo, dopo essere stato bocciato alla Commissione, non può essere lasciato a mani vuote; lei pur non avendo alcun governo Verde in Europa alle spalle ha una lunga esperienza parlamentare ed è molto indicata per quella posizione. Potrebbe vincere, anche perché, si sussurra, i tedeschi preferirebbero avere un loro uomo alla Bce.
23.06.2019


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