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I negoziati della Brexit hanno riflessi anche a Washington
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La sfida di Boris Johnson
che irrita gli Stati Uniti
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


È il momento più difficile nei recenti rapporti tra Londra e Bruxelles. La tensione sui negoziati della Brexit potrebbe sfociare negli scenari più diversi, sino a quello tanto temuto e sempre più probabile del "no-deal", in grado di compromettere le relazioni future fra Regno Unito e Ue anche in modo drastico. Il tavolo delle trattative resta fortunatamente aperto dopo lo scambio di minacce in cui si è temuta l’immediata interruzione dei colloqui. Ma il futuro è pieno di incognite e scadenze. L’Europa ha  lanciato al Regno un ultimatum (subito respinto), con la possibilità di adire le vie legali, qualora il governo guidato dal premier conservatore Boris Johnson non ritiri l’ormai "famigerato" Internal Market Bill entro il 30 settembre.
Si tratta di un progetto di legge nazionale pensato per aggirare unilateralmente alcuni punti dell'accordo di divorzio già raggiunto (anche a costo di violare "il diritto internazionale in maniera specifica e limitata", secondo le parole di un ministro britannico). Il testo sotto accusa prevede in particolare, laddove i negoziati fra Ue e Gran Bretagna (finora in stallo) non portino a un'intesa commerciale complessiva di libero scambio per fine anno, che Londra possa annullare l’impegno a controllare merci di provenienza Ue al confine interno fra Irlanda del Nord e resto del Regno Unito, preteso a suo tempo da Bruxelles per garantire il mantenimento di una frontiera esterna senza barriere fra Ulster e Irlanda, come imposto dalla pace del Venerdì Santo siglata nel 1998. Non finisce qui. La legge rivendica inoltre la possibilità britannica di ignorare i limiti - concordati sempre all'atto del divorzio - sugli aiuti di Stato in economia. Si tratta di un guanto di sfida lanciato ai negoziatori europei da Johnson, non si sa se sotto forma di un bluff o di spregiudicata strategia d’attacco per far fallire le trattative. Ma le prospettive che ha davanti il primo ministro non sono  favorevoli, a partire da quelle interne.
L’Internal Market Bill, rivendicato dal governo conservatore come un atto costituzionalmente legittimo, deve essere approvato dal Parlamento di Westminster, dove cresce la fronda anti-Johnson: contrari i partiti d’opposizione e anche vari deputati ribelli Tory, che vedono nel provvedimento una macchia sulla credibilità del Paese rispetto a un trattato sottoscritto. Se il primo ministro non desiste, non solo c’è il rischio che vengano compromessi del tutto i rapporti futuri con l’Ue, ma perfino quelli con gli Stati Uniti.
La speaker democratica americana della Camera, Nancy Pelosi, ha avvertito che, se l’Internal Market Bill dovesse violare l’accordo di pace irlandese del Venerdì Santo (di cui gli Usa furono garanti), il governo Johnson potrà scordarsi la ratifica d’un qualsiasi trattato di libero scambio post Brexit con Washington (sebbene sia determinante in questo caso l’esito delle presidenziali Usa). Cruciale sarà il percorso della legge a Westminster e la possibilità che sia modificata. Decisive le prossime settimane. Una data in particolare: il 15 ottobre, giorno entro il quale, secondo Johnson, si dovrebbe raggiungere un accordo sulle trattative commerciali e in cui si riunisce il Consiglio europeo. La scadenza fatidica resta comunque il 31 dicembre 2020, quando termina il periodo di transizione post Brexit e in caso di "no-deal" varranno le regole del Wto: quindi dazi e tariffe sulle merci, per molti un vero e proprio incubo.
12.09.2020


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