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Le strategie dello Stato Islamico dopo i blitz in Francia
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La doppia sfida dei terroristi
improvvisati e sconosciuti
GUIDO OLIMPIO


L’eccidio di Nizza è altamente simbolico, come la decapitazione del professore Samuel Paty e l’azione contro la vecchia sede di Charlie Hebdo. Un’infinita serie di episodi che dicono, andando oltre i dettagli, come il terrorismo sia una bestia in continua mutuazione, in grado di adattarsi alle condizioni e all’ambiente circostante. E creare paure. tanto che il presidente Emmanuel Macron ha schierato 7.000 agenti in strada per rafforzare il dispositivo anti-attentati, in particolare davanti a scuole e luoghi di culto cristiani alla vigilia delle Feste di Ognissanti.
Il jihadismo, se ha spazi di manovra e risorse, si comporta come una macchina da guerra. A volte perfetta, in altre meno, però capace di tenere testa ad eserciti. Magari non ha i mezzi per prevalere, ma tiene comunque il colpo e rilancia. Basta pensare alla Siria, all’Iraq, al Sahel, all’Afghanistan, all’Africa. Poggia su muscoli, fucili e ideologia. Sfrutta contrasti, dissidi, fratture, povertà, discriminazioni. In altri teatri - e veniamo all’Europa - si accontenta di ispirare, modellare, incoraggiare. Se stabilisce un legame diretto può impartire un ordine, tuttavia sempre con maggiore frequenza si limita a dare una copertura ideologica. Soddisfatto per l’impatto di attentati condotti in modo rudimentale, quasi sempre con coltelli, esorta a seguire questa strada. All’epoca di Osama i capi erano preoccupati dal risultato, guardavano all’operazione come una battaglia finale, dove si doveva prevalere ad ogni costo. Guai fallire.  
Lo Stato Islamico prima ha mirato in alto, con missioni complesse, tipo Bataclan o l’assalto all’aeroporto di Bruxelles. Poi, debilitato dalle sconfitte nel Califfato, si è accontentato di gesti semplici, rivendicati in gran numero. Quindi si è arrivati - almeno in Francia - ad attentati condotti in modo autonomo, nella quasi totalità con i criminali armati di lame. In apparenza non vi sono link solidi tra esecutori-casa madre. E comunque non sempre sono necessari, perché gli esecutori hanno imparato quali sono i bersagli, il modus operandi, la liturgia dell’orrore. Se poi c’è una crisi contingente - tipo le vignette satiriche sul Profeta - la prendono come scusa e pretesto.
I profili anonimi degli assassini, il fatto che non siano conosciuti alle forze di sicurezza (fonti vicine all’inchiesta sostengono che l’assassino di Nizza era giunto in città 24-48 ore prima dell’attacco), l’effetto sorpresa rappresentano una doppia sfida. Primo. Superano il sistema della schedatura, i database pieni di nomi sospetti: attenzione, sono archivi importanti, aiutano a bloccare (in parte) i militanti professionisti, tuttavia non bastano contro la minaccia del terrorismo diffuso, fluido, improvviso. Secondo. Aumentano la percezione del pericolo nell’opinione pubblica.
L’incertezza e i dubbi su come difendersi aprono spazi alle voci che invocano leggi speciali o chiedono centri di detenzione ad hoc in stile Guantanamo, come ha proposto un deputato francese. Reazioni estreme. Nella Francia colpita due volte, a Parigi e Nizza, il presidente Emmanuel Macron alla tv Al Jazeera ha detto di "comprendere lo shock provocato dalle caricature" di Maometto da parte di Charlie Hebdo ma condanna risolutamente ogni "violenza".
31.10.2020


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