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Le ferite sociali a  pochi giorni dall'Inauguration Day
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Le elezioni e le insurrezioni.
2 mesi per cambiare gli Usa
ALESSANDRA BALDINI DA NEW YORK


Su molti computer del Dipartimento di Stato c’è un "countdown" segreto che porta al mezzogiorno di mercoledì 20 gennaio, ora e data dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Diplomatici e funzionari hanno fatto nei giorni scorsi ricorso ai canali "dissent" - quelli che permettono critiche senza timore di conseguenze sulla carriera - per accusare Donald Trump di "aver arrecato un danno incalcolabile" all’immagine dell’America nel mondo.
Mancano quattro giorni all’Inauguration Day e negli Stati Uniti la ferita continua a sanguinare. Le contestazioni del voto del 3 novembre culminate nell’assalto al Capitol della variegata truppa dei Proud Boys, tra corna, elmi, pellicce, striscioni, bandiere confederate e cori al grido "Make America Great Again", hanno aperto in poco più di due due mesi una voragine nella credibilità del Paese per decenni considerato in Occidente un faro di democrazia.
"Abbiamo perso la nostra innocenza", ha detto la Speaker della Camera Nancy Pelosi. Le immagini del Campidoglio violato dagli ultrà mentre il capo della Casa Bianca li aizzava in diretta su Twitter, seguite da quelle dei soldati della Guardia Nazionale addormentati sui pavimenti marmorei del Capitol, hanno scosso certezze e suscitato indignazione globale. Mentre la Camera procedeva al suo secondo impeachment, il  segretario di Stato Mike Pompeo cancellava l’ultimo viaggio all’estero dopo che ministri e responsabili europei si erano rifiutati di incontrarlo. L’itinerario di Pompeo era già stato accorciato con la rinuncia a una tappa in Lussemburgo dopo che l’omologo Jean Asselborn, aveva definito Trump un "criminale" e un "piromane politico". Intanto, dalle rispettive capitali, tuonavano Angela Merkel, Francois Macron, perfino l’alleato conservatore Boris Johnson. "Chi è adesso la repubblica delle banane?" ha titolato a tutta pagina il quotidiano kenyota Daily Nation riprendendo una critica ai trumpisti dell’ex presidente repubblicano George W. Bush e ipotizzando la realizzazione di un film sui "riots": "Potrebbe essere intitolato ‘Dal Primo Mondo al Terzo Mondo in quattro anni’".
Ci voleva il 6 gennaio, ma finalmente il mondo si è accorto che Trump è esattamente quello che i suoi più feroci critici hanno sostenuto per anni e "la domanda adesso è se non sia troppo tardi", ha scritto sul New York Times la columnist Michelle Goldberg, secondo cui la fine della presidenza Trump "ha scosso la stabilità dell’America come non era riuscito a fare l’11 settembre, e questo è prima di mettere in conto i 4mila morti al giorno per il Covid".
Intanto il Capitol sembra una fortezza, il centro di Washington una zona di guerra guardata a vista da 20 mila soldati e mezzi corazzati: "Compriamo giubbotti antiproiettile perché abbiamo paura che qualcuno tenterà di ucciderci", ha detto il deputato repubblicano Peter Meijer, uno dei dieci del suo partito che alla Camera ha votato per il secondo impeachment. Non un timore infondato, a giudicare dai fascicoli che le procure stanno accumulando su alcuni incriminati tra cui lo "sciamano" QAnon Jake Angeli: "Volevano prendere ostaggi e assassinare".
16.01.2021


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