L'economia e i partiti: la crisi del cattolicesimo liberale
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Un Ppd sempre di più
lontano dalle imprese
LIBERO D'AGOSTINO


In tempi dominati dal primanostrismo sono più che mai difficili i rapporti tra politica ed economia. Ma cosa si aspettano le imprese dai partiti? Certo, il miglioramento delle condizioni quadro per salvaguardare la competitività del sistema produttivo, sgravi fiscali, una burocrazia che non complichi la vita a chi fa impresa, accesso veloce alle tecnologie digitali e una formazione più mirata sul mercato del lavoro.
Ma nel mondo economico si avverte anche la necessità di riattivare una cultura del confronto, non viziato da pregiudizi ideologici, quale premessa per un impegno comune a favore della crescita del Ticino. Con questo primo servizio sul Ppd, il Caffè metterà a fuoco i rapporti tra economia e partiti.

Un partito che si allontana dall’economia, surfeggiando tra primanostrismo e rivendicazioni sociali. Della gloriosa tradizione del cattolicesimo liberale, nel Ppd ormai non c’è più traccia. Dal mondo delle imprese si guarda con scetticismo ad un partito che cavalca la paura del 5G, la nuova rete della telefonia mobile che farà da propulsore all’economia digitale, che ha scatenato un’offensiva senza precedenti contro le agenzie interinali e che ha persino cercato di sorpassare Lega e Udc nella difesa della "manodopera indigena", chiedendo il controllo sistematico per i nuovi permessi di lavoro. Una misura che avrebbe inasprito ulteriormente le lungaggini burocratiche che stanno già creando gravi difficoltà alle imprese nell’assunzione dei lavoratori stranieri di cui non possono fare a meno.
Vabbè, il sì agli sgravi fiscali, ma per il resto dall’orizzonte popolar democratico sembrano scomparse le aziende e le loro esigenze. "Negli altri cantoni si respira un clima più favorevole al fare impresa, a differenza del Ticino, dove negli ultimi anni le iniziative che di fatto ostacolano gli imprenditori si sono moltiplicate, complice un primanostrismo strisciante e anche per i troppi pregiudizi infondati verso l’economia" ha sottolineato in più occasioni Fabio Regazzi, presidente dell’Associazione industrie e consigliere nazionale ppd.
Primanostrismo e pregiudizi che la presidenza popolare democratica, nella versione socialconservatrice di Fiorenzo Dadò, ha ben alimentato con una linea politica che oscilla tra paraleghismo e rivendicazionismo sociale. Esemplare la campagna contro le agenzie interinali avviata da Giorgio Fonio, deputato e vice presidente del partito, per impedire che negli appalti pubblici ci siano imprese che impiegano lavoratori in affitto, sollecitando i Comuni "a difendere con i denti e con i fatti il mercato del lavoro ticinese e i residenti disoccupati".
Il vertice Ppd non sa che farsene della grande lezione di Wilhelm Röpke, secondo cui il "liberalismo è il figlio legittimo del Cristianesimo". Nel programma per la legislatura 2019-2023 dei popolari democratici mancano le imprese, i luoghi dove si produce quella ricchezza che i popolari democratici vorrebbero così generosamente ridistribuire. Mancano l’economia e gli imprenditori che si trovano davanti alla grande sfida della digitalizzazione per salvaguardare la competitività del sistema produttivo sui mercati internazionali.
Nel Ppd di Dadò, che ha rinfacciato al "Plrt di essere il partito dell’economia" e al Ps "di non fare una vera politica di sinistra", il solidarismo cattolico degrada nel rivendicazionismo spicciolo dei sussidi a pioggia. Ora che le casse del cantone non sono più in rosso, sembra parafrasare la politica di Cetto La Qualunque: "cchiu soldi pe’ tutti". Più soldi per l’assegno parentale, sussidi per chi acquista una bici elettrica, biglietti a prezzi ridotti per chi va al lavoro coi mezzi pubblici, park and rail a tariffe s, esonero della tassa sui cani per i pensionati, deducibilità del canone d’affitto e abbonamento generale ai mezzi pubblici a 100 franchi per gli anziani.
La politica dell’innaffiatoio accanto a proposte certo più solide come le iniziative per abbassare i premi delle casse malati o per ridurre le imposte di circolazione, il sostegno ai 50enni disoccupati, le tutele contro il licenziamento delle dipendenti in congedo di maternità, il fondo di 10 milioni per la formazione digitale nella scuola dell’obbligo, la defiscalizzazione del valore locativo e il congedo  paternità di due settimane.  
Niente a che vedere con lo sforzo di tenere sotto controllo i conti dello Stato e riqualificare la spesa pubblica. Né tantomeno con un tentativo di declinare il principio di sussidiarietà, il cardine della dottrina sociale della Chiesa, con l’attivazione delle risorse della società civile, dallo Stato.

ldagostino@caffe.ch
(1 - continua)
16.06.2019


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