Incontro con Sara Gama, alla testa delle azzurre
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"Capitano dell'Italia
e una Babie dedicata"
ROSELINA SALEMI


L’altra metà del cielo è anche l’altra metà del calcio. Non è uno sport per ragazze? Sbagliato. Non solo ce ne sono tante, ma aumentano sempre di più. Basta guardare le attrici di Time’s Up Pay Up schierate con le magliette da calciatrici in segno di protesta contro la disparità di trattamento per capire che siamo vicini a una svolta (buona). L’Italia ha la sua star, inconfondibile con la ricca chioma afro a stento disciplinata. È Sara Gama, 29 anni, laureata in Lingue, capitano della Juventus femminile che guida la squadra ai Mondiali di Francia. Tosta, concreta, marcia verso un obiettivo preciso: eliminare i pregiudizi su donne e calcio, conquistare uno status da professionista, aprire la via a molte altre. E forse, anche testimoniare il valore di una società multietnica: "Siamo mescolati, gli incroci ci migliorano. Più lo vedi e più ti ci abitui - racconta -. Sono felice dei mondi che mi attraversano. La mia famiglia è per metà istriana, ho sangue misto: croato e congolese. Il risultato è che sono italianissima. Mio padre è arrivato a Trieste dal Congo come studente di ingegneria. Poi ha preferito tornare indietro ".
Sara non è figlia d’arte, non ha giocatori in famiglia, "ma forse il mio destino era scritto nelle stelle. Ho sempre avuto un pallone tra i piedi, a partire dai sette anni. Ho cominciato e non ho più smesso. Per fortuna mi hanno lasciato libera di scegliere, mentre molte ragazze vengono scoraggiate… Mio nonno e mia mamma mi accompagnavano agli allenamenti. A Trieste ero l’unica a giocare in una squadra! In Italia il calcio è considerato uno degli sport più maschili, ma è soprattutto un luogo di potere. È da questo, e dalla paura del nuovo che nascono pregiudizi e stereotipi."
La prova della popolarità giustamente conquistata è il contratto come testimonial di head&shoulders, dopo Federica Pellegrini: "E un brand che investe nello sport, io ho capelli che si fanno notare e sono felice di accostare il mio nome a quello di una nuotatrice olimpica carica di medaglie d’oro". Però ha anche una Barbie dedicata: "E stato divertente vedermi in una bambola, anche se sul momento ero perplessa. Ho accettato nel giro di una giornata. Penso che il messaggio sia: puoi fare tutto quello che vuoi. Un modo per ispirare generazioni di ragazzine che hanno voglia di provare".
Per il marketing è anche una fetta di mercato inesplorata. Si comincia dalle prime divise (è un dettaglio, certo) non clonate su quelle degli uomini. Hanno maniche non troppo corte, il collo a metà fra la V e il girocollo, i colori delle varie nazionali, ognuno con un tocco particolare: fiori per l’Inghilterra, fiocchi di neve per la Norvegia.
Le donne salveranno il mondo del pallone? Pur essendo schiva, Sara Gama si esprime con grande slancio: "Me lo auguro. Non abbiamo superpoteri, ma la differenza porta crescita. Un giorno parleremo di calcio e basta, senza declinare il genere. Stiamo migliorando, lo vedo. Il calcio femminile sta abbracciando quello maschile, i club e i grandi brand investono, le bambine hanno capito che è qualcosa su cui puntare. Fino a sette anni fa non eravamo rappresentate, ora siamo diventate visibili. Il contratto con le televisioni, prima Rai e ora Sky è stato un successo. I premi per i Mondiali sono stati raddoppiati. C’è anche, da poco, un fondo per la maternità - e sì, è possibile avere figli e tornare a giocare, è possibile avere una carriera lunga, fino a quarant’anni - nel 2015 abbiamo fatto uno sciopero e ottenuto contratti pluriennali. Ma è tutto molto recente, fino a poco tempo fa non avevamo neanche le strutture per allenarci. Gli Usa invece sono all’avanguardia nel calcio femminile mondiale. Hanno sponsor, un grande pubblico, bravissime giocatrici ". Non che sia tutto facile anche per loro: ci sono state proteste per l’equal pay (i maschi hanno comunque ingaggi più alti) "ed è incredibile che la norvegese Ada Hegerberg, primo Pallone d’Oro donna sia stata invitata a "twerkare" alla premiazione. Ha rifiutato e ha rotto con la Nazionale. Ha fatto bene, serve un cambio culturale." Questo è soltanto il calcio d’inizio.
09.06.2019


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