Vicino il superamento del punto di non ritorno del clima
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Effetto serra costante
rischio del nostro futuro
LUCA MERCALLI*


Che clima avremo in futuro ce lo dicono da mezzo secolo con crescente affidabilità i modelli di simulazione, frutto della migliore scienza al mondo. Dai calcoli pionieristici di Syukuro Manabe che fece "girare" a Princeton il primo modello climatico (1967), e del Mit di Boston che lavorò al rapporto sui limiti alla crescita voluto dal Club di Roma (1972) di strada se n’è fatta, ma la sostanza dei risultati è stata sempre confermata, dai computer e dalla realtà.
Tutti i segnali ormai conclamati (nell'ultimo secolo, 1,1 °C di aumento termico globale, riduzione del 60% dell'area glaciale alpina, oceani più elevati di 20 cm e più acidi del 30%, popolazioni di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi dimezzate...) non potranno che peggiorare se non ridurremo la pressione sugli ecosistemi, il prelievo di materie prime, l’emissione di gas climalteranti e l’accumulo di rifiuti. Nello scenario "business-as-usual" che continuiamo a seguire, entro questo secolo ci troveremo in un mondo in guerra per la scarsità di risorse naturali, più caldo di almeno 4 °C (perfino 7 °C secondo il progetto Cmip6), con popoli in fuga da eventi estremi, carestie, e dal mare in aumento di un metro e più, epidemie favorite dalla degradazione della qualità di aria, acqua e suolo, derive autoritarie in risposta al caos sociale ed economico. In più, il superamento di punti di non-ritorno nel sistema climatico (tipping-points) potrà far scivolare il pianeta verso un permanente "stato-serra" tale da metterne in dubbio l’abitabilità per millenni. Un rischio troppo elevato per scommettere sul contrario, come ha titolato di recente uno studio su Nature di Timothy Lenton (Università di Exeter) e colleghi. Ma nonostante sia in gioco il futuro della civiltà, l’argomento non sembra importare a molti. Come visto alla recente Cop25 di Madrid la politica è lenta e cavillosa, talora ostruzionista e complice delle lobby del fossile.
Ma anche la collettività non sembra così affannata, nonostante la positiva ondata di attenzione e attivismo suscitata da Greta e dai "Fridays for Future". La colpa non è solo dei Paesi in via di sviluppo che ora scoprono la crescita economica di cui noi abbiamo già goduto. Anche la vecchia Europa, che pure è sempre stata un faro per le politiche ambientali - tra cui la recente proposta del "Green Deal" - fa troppo poco, lo sostiene la stessa agenzia per l’ambiente nel rapporto "European environment - state and outlook 2020".
L’indicatore che più conta, le emissioni globali di gas serra, dice che dopo quarant’anni di parole siamo ancora fuori strada:  0,6% di emissioni di CO2 nel 2019 rispetto al 2018, nuovo record dovuto soprattutto all’impennata della domanda di energia elettrica e al proliferare di Suv e voli low-cost. L'appello "World Scientists’ Warning of a Climate Emergency", coordinato da William Ripple dell'Università dell’Oregon, firmato da oltre undicimila scienziati e pubblicato su "BioScience", sintetizza in sei punti le priorità per attenuare il collasso: energie rinnovabili ed efficienza energetica; riduzione dell’inquinamento; protezione della biodiversità; dieta meno carnivora e azzeramento dello spreco di cibo; contenimento della crescita economica; stabilizzazione della popolazione globale. Azioni già a portata di mano che aspettano solo di essere applicate su larga scala con l’impegno di tutti, dai politici agli individui.
* Meteorologo, climatologo
22.12.2019


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