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Mario Botta
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"La città trova forza
nella sua storia"
ANDREA STERN


L'architetto ticinese più conosciuto al mondo va controcorrente. Mentre da più parti si prevede che il coronavirus stravolgerà l’architettura e l’urbanistica, Mario Botta è invece convinto che le città abbiano delle permanenze più forti delle contingenze. E che il loro valore sia dato dal "territorio della memoria", come spiega in questa intervista al Caffè.
Architetto, in che modo l’emergenza sanitaria sta cambiando il suo lavoro?
"L’introduzione del cosiddetto lavoro remoto, interpretato attraverso la comunicazione elettronica come un cambiamento solo strumentale, di fatto comporta uno stravolgimento totale della creatività, che ne risente profondamente".
Perché?
"Il lavoro tradizionale lento, dallo schizzo iniziale al disegno, ai modelli e ai piani definitivi, portava con sé i tempi di riflessione, di critica e di continue modifiche. In altre parole offriva la possibilità di crescita per una qualità del progetto".
A distanza non è possibile ottenere qualità?
"Il lavoro a distanza purtroppo serve solo a chi progetta per catalogo, dove le soluzioni sono precostituite, schematiche e dozzinali. L’America e la Cina ne sono i massimi esempi".
Non crede che questa pausa forzata possa avere anche dei risvolti positivi?
"Per l’architettura ho qualche dubbio. Per il vivere collettivo mi auguro che possa diventare una pausa di riflessione. Anche se temo che il trend infernale della società dei consumi finirà per cambiare in peggio".
Molti suoi colleghi prevedono che il coronavirus segnerà l’inizio di una nuova era. Perché lei preferisce essere più prudente?
"Perché avevo già sentito questi discorsi dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre. La mia non è prudenza ma una convinzione dello straordinario valore di testimonianza della città storica europea. Non credo nelle nuove ere ma nella continuità data da generazione in generazione. Penso che la città trovi la propria forza nell’essere la storia dei popoli estinti".
La città, dunque, è più forte delle contingenze?
"La città, ancora oggi, è la forma di aggregazione più bella, più performante, più funzionale, più flessibile, più intelligente che l’umanità dal Neolitico fino ai nostri giorni ha saputo realizzare. I nostri tessuti urbani custodiscono l’espressione più evoluta del lavoro dell’uomo, delle fatiche, del sapere, dei desideri e delle speranze collettive".
Qual è la forza della città?
"La forza della città non è data dalle funzioni o dai servizi alle quali risponde ma soprattutto dal "territorio della memoria" di cui l’uomo ha immensamente bisogno. Non è possibile vivere senza passato. Le contingenze con le loro emergenze passano, le città restano".
Quali sono stati storicamente gli effetti delle epidemie sulle città?
"Storicamente le città, dopo epidemie e catastrofi, hanno sempre saputo ottenere benefici per la vita comunitaria. Dopo la peste, ad esempio, ci sono stati miglioramenti delle infrastrutture sanitarie, canalizzazioni, fognature che si sono consolidate come conquiste quando hanno interpretato i bisogni collettivi".
Quindi le persone continueranno a ritrovarsi in città?
"La città, come tutti i manufatti dell’uomo, dovrà continuamente correggersi lungo la propria storia. Come lo farà, dipenderà ancora una volta dagli uomini. Io credo che il vivere collettivo resterà il grande desiderio, al di là delle contingenze e delle emergenze. La città è la forma di vita sociale più evoluta. Per questo è necessario vigilare. La maggior densità non è un bene in sé stessa così come non lo è il culto di una libertà economica senza limiti di cui stiamo percependo sempre più un inquietante senso di insicurezza, di timore, forse anche di paura".
Come saranno invece le abitazioni nell’era post-coronavirus?
"Il coronavirus passerà… la città, i borghi, le periferie e le case resteranno in attesa che altri uomini le trasformeranno come hanno sempre fatto nella storia. Le abitazioni dei nostri paesi nei secoli si sono sempre adattate allo spirito dei tempi. Molte strutture agricole sono diventate prime o seconde case, l’intero villaggio di Corippo sarà un albergo diffuso, la casa del Vescovo ospiterà addirittura un’altra istituzione. Questa continua stratificazione è la vera ricchezza della nostra bella vecchia Europa, della quale Karl Kraus ricordava ai nostalgici che un tempo fu nuova".
In che modo i nostri paesi continueranno ad adattarsi?
"Quel che è certo è che prossimamente, soprattutto per ragioni economiche, dovremo parlare e ragionare sempre più in termini di "riuso", cioè dare una nuova funzione alle strutture obsolete. Un modo per far rivivere il passato cambiandone le destinazioni d’uso, senza usare nuovo terreno, senza altre infrastrutture, senza ulteriori urbanizzazioni".
Non saranno quindi abitazioni più grandi?
"Penso che la maggior parte dei cittadini vorrebbe una maggiore disponibilità di spazio: la vera ricchezza non è il lusso ma lo spazio. Ecco che allora arriviamo alla resa dei conti, perché nel nostro vivere, più grande equivale a più costoso. Così nell’odierna economia di mercato temo proprio che le case future saranno "condannate" ad essere sempre più piccole…".

astern@caffe.ch
(2 - continua)
10.05.2020


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