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La storia del padre ticinese dell'ammoniaca
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"Il sangue con gli anticorpi
salvò mio zio dalla morte"
GIANFRANCO QUAGLIA


Il professor Silvio Maino di Novara, docente emerito di fisiochinesiterapia, a 82 anni non è figura da trincea. È sempre stato in prima linea e anche oltre, uno che ama le sfide: ha scalato tutti i quattromila sul Rosa, sul Bianco, il Cervino e le vette in Tibet.
Ma l’impresa più bella non l’ha mai vantata, l’ha tenuta per sé, fiero di averla compiuta senza decantarla. Sino a quando, ai tempi del Covid-19, ha pensato che potesse tornare utile raccontarla, se non altro per stimolare gli altri a una generosa solidarietà. Perché si deve a lui se uno dei più grandi chimici europei, l’ingegner Giacomo Fauser di Novara, che mantenne sempre legami e nazionalità anche elvetica in quanto il padre era originario del Canton Ticino, scampò alla morte. Siamo nel 1958: l’ingegnere Fauser, padre della produzione industriale dell’ammoniaca, dell’acido nitrico, del solfato e nitrato ammonico, dell’urea, esponente della "Montecatini", è colpito da un misterioso enterococco: il batterio gli provoca una pericolosa pericardite membranosa, patologia che tende ad avvolgere il cuore e soffocarlo.
Vani i tentativi di ricorrere ai farmaci tradizionali dell’epoca. Consulto di esperti, dal professor Ugo Nuvolone di Novara al professor Garrod di Londra. Alla fine è un docente di Modena, il professor Carlo Sorti, noto cattedratico, a individuare una soluzione difficile e rischiosa, ma unica strada da percorrere: inoculare il germe nell’organismo di un paziente sano, sviluppare gli anticorpi, estrarre il plasma e trasfonderlo nel malato. "Una tecnica di cui oggi si parla e si legge molto - sottolinea Maino - ma allora eravamo agli inizi. Il professor Storti doveva trovare un donatore, ma non faticò molto: io e mio fratello Guido facemmo a gara per metterci a disposizione dell’amato zio. Il vaccino, contenente l’enterococcus, fu inoculato nei nostri organismi. Io andavo una volta la settimana, per un mese, a Modena, a donare il sangue, circa 350 cc, poi avvenivano i prelievi del plasma e i medici si accorsero che io, allora ventenne, sviluppavo più anticorpi di mio fratello. Allora si decise di puntare sul sottoscritto. Il sistema funzionò, il plasma prelevato veniva trasfuso allo zio Giacomo, che andava migliorando di giorno in giorno. Nel frattempo, però, peggiorai io: non si conoscevano ancora gli effetti collaterali, improvvisamente diventai tutto giallo, la sperimentazione mi aveva procurato un forte ittero. Dovetti sospendere le donazioni. Per fortuna il plasma ricavato si era già rivelato sufficiente e con il dosaggio giusto di anticorpi. Lo zio guarì completamente e io, che ero robusto e atletico, reagii e guarii a mia volta".
Giacomo Fauser visse sino al 1971, in tempo per continuare la sua attività di ricerca che lo portava in tutto il mondo, con successi e riconoscimenti, lauree honoris causa conferite da molte università, tra cui quella in chimica industriale del Politecnico di Zurigo. Di lui parlano i 365 stabilimenti realizzati in 18 paesi europei, due africani, cinque sudamericani, in Canada, Stati Uniti, Iran e Giappone. "Gli mancò soltanto il Nobel - sottolinea il nipote - forse non fu candidato dall’Italia perché di nazionalità svizzera".
A distanza di qualche anno da quell’esperimento, il medico di famiglia professor Nuvolone scrisse in una lettera che "il vaccino praticato ai donatori composto da germi uccisi era innocuo". Ma la vedova di Fauser, in un’altra lettera, parla di "Silvio eroico". Il professor Maino le conserva entrambe benché non voglia ostentarle. Forti sono rimasti i legami con la Svizzera, non solo perché la famiglia Fauser ne era originaria. Uno dei due figli del professor Maino, Paolo, oggi è medico dell’Ente Ospedaliero Cantonale di Lugano, dove si è trasferito dopo aver vinto un concorso e dove dirige l’èquipe del Centro antidolore.
23.05.2020


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