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Sociologi a confronto sui centri sociali in centro città
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'Una società accoglie tutti
anche chi va controcorrente'
PATRIZIA GUENZI


Non sono una ‘specie’ diversa che ha bisogno di un habitat speciale per vivere. Vogliono essere visti, far parte della realtà cittadina pur restando autonomi". Va dritto al punto Alberto Terzi, sociologo specialista in politiche giovanili. Fondamentale per i frequentatori di un centro sociale autogestito vivere dentro la città, non ai margini, non essere considerati altro. "Una città moderna, vibrante deve essere capace di accettare e includere forme di cultura diverse, alternative", osserva il sociologo Giuliano Bonoli, professore all’Istituto superiore di studi in amministrazione pubblica (Idheap).
La città come spazio che coglie e accoglie spinte sociali, anche antisistema. "Perché no? - riprende Terzi -. Vedo un pericolo, un grosso pericolo, intendo a livello globale ovviamente. Una società sempre più sicura, abitata da tanti soldatini ubbidienti che fanno tutti la stessa cosa. Invece dobbiamo renderci conto che per fortuna esistono persone che hanno ancora voglia di fare qualcosa senza che nessuno glielo dica, di propria volontà". Si chiama autodeterminazione, il diritto di esprimere le proprie preferenze, i propri interessi e i propri gusti senza influenze esterne e di agire secondo le proprie decisioni. "Significa poter scegliere liberamente il proprio modo di vivere, di pensare e di agire", sottolinea Terzi.
Interazione, discussione, contrapposizione, progettualità, dunque. Il tutto al servizio della città policroma, che si avvicina alle caratteristiche di una metropoli, in cui si cresce includendo. "Vero è che Lugano non si può considerare una grande metropoli... - replica Bonoli -. Si potrebbe quindi obiettare che non sia poi così indispensabile avere al suo interno un centro sociale. Tuttavia, attorno a noi ci sono realtà di questo tipo e dunque è giusto parlarne, capire queste esigenze e trovare delle soluzioni". E Terzi avverte: "Guai spegnere e zittire queste voci".
Una voce, quella dei centri sociali, che ha una lunga tradizione in Europa e in particolare in Italia. Allora, come adesso, rappresentano un modo per ottenere ciò che viene negato. Offrire concrete alternative di solidarietà, il che potrebbe pure rivelarsi una risorsa per la comunità. "Ricordo molto bene i tempi della mia giovinezza, gli anni ‘80, studiavo a Zurigo e si viveva una sorta di seconda onda della ‘gioventù ribelle’, la prima c’era stata nel ‘68 - racconta la sociologa Ursula Ganz- Blättler -. Avevamo un centro in cui cercavamo di proporci, di essere visti... Difficile, complicato. Ma anni dopo è stato riconosciuto che quel centro era una sorta di vivaio di personaggi come l’artista Pipilotti Rist, ma anche registi, attori". Gente con una visione, un progetto, delle motivazioni. "Questo fa la differenza - riprende Ganz-Blättler -. Se davvero chi chiede di poter avere un proprio spazio è spinto da questi propositi vale la pena riconsiderare il tutto, dare loro uno spazio".
A Lugano lo scorso marzo è stato inaugurato il nuovo Campus Est Usi-Supsi, una delle realtà più importanti del cantone che contribuisce a rafforzare le sinergie tra Usi e Supsi. Luogo di incontro, di istruzione, un polo attrattore per tanti giovani, protagonista dell’evoluzione culturale ed economica del cantone. "Anche in un centro sociale si può fare cultura - insiste Ganz-Blättler -. Dibattiti politici, azioni di solidarietà, concerti, mostre. Mettere in piedi una libreria, un’attività di ristorazione e tanto altro". Azioni e progetti che esulano dai "responsabili" cittadini. Come spiega Terzi: "Negli anni ‘80 nel circondario milanese, l’amministrazione, che era di sinistra, proponeva servizi innovativi che però non interessavano i cittadini. Non è così che si fa. Bisogna crescere insieme, con elementi nuovi da inserire in una visione di condivisione. Invece, ripeto, si sta predisponendo una società sempre più consenziente".
pguenzi@caffe.ch
03.07.2021


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