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Centri sociali e tessuto urbano secondo quattro architetti
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"C'è bisogno di diversità
o si è un borgo sonnolento"
MAURO SPIGNESI


"Se si vuol essere davvero città e non un sonnolento borgo di provincia, c’è bisogno di mescolanza e dialettica fra le varie forme d’espressione che riflettono le diversità sociali e culturali. È nell’interesse dello sviluppo di una città favorire questa molteplicità di presenze e offrire spazi alle diverse realtà, anche a forme un po’ marginali", spiega l’architetto Fabio Giacomazzi, presidente del Gruppo Ticino di EspaceSuisse (Aspan). "Premetto che i molinari non mi sono particolarmente simpatici - riprende - e non nutro grande interesse per la cosiddetta cultura alternativa. Al centro dell’attenzione dell’urbanistica non vi sono solo i grandi progetti, ma anche e principalmente la vita che si svolge nelle strutture del tessuto urbano. E se c’è vitalità anche gli spazi meno pregiati della città possono assumere attrattiva e valore".
Il problema dunque sta nella città che si vuole. In quella che si vuole costruire. "E in quest’ottica l’esperienza ci dice – spiega l’architetto luganese Gianluca Lopes - che per poter svolgere anche la loro funzione di aggregazione e di attività sociale, i centri autogestiti devono essere integrati nel tessuto urbano delle città. In una zona centrale, non dico chiaramente in via Nassa che è a vocazione commerciale, ma può essere in un edificio di Vezia o a Besso, comunque nella cintura urbana in un’area servita dai mezzi pubblici. Ma questo è possibile se una città già si predispone a ospitare le diversità, se cioè crede che una città cresce se ha sfaccettature diverse e dove il dialogo, le esperienze possono arricchirla, farla crescere".
Si tratta di fare delle scelte, insomma. Scelte che per l’architetto Fiorenzo Tresoldi pongono "implicazioni sociali, culturali. Scelte che davanti a questo fenomeno come i centri sociali sono complesse. Ma da un punto di vista urbanistico il loro posto è più nella città che fuori, li vedrei male in periferia". Basta passare in rassegna quello che è accaduto altrove. "Queste  esigenze dei giovani nascono spontaneamente come fenomeno sostanzialmente urbano", osserva Tresoldi che rimarca un concetto: "È nel centro della città che c’è la vita, si creano eventi, incontri. Non devono essere emarginati. Non sono un centro di recupero di tossicodipendenze da mettere in qualche posto sperduto".
Le città, racconta Gianni Biondillo, scrittore, architetto e docente di Psicogeografia e narrazione del territorio all’Accademia di architettura di Mendrisio, "sono spazi urbani che devono essere capaci di accogliere anche le diversità. Anche chi ha stili di vita, modi di fare aggregazione diversi". E la capacità della politica deve essere quella di salvaguardare questa zona franca, senza metterla ai margini. "Quello che io noto, in generale - prosegue Biondillo - è invece che si governano le città con un piglio liberalista spinto, occupando tutto, costruendo anche se non ci sono inquilini che andranno a vivere in quelle case, solo per la voglia di capitalizzare ogni metro quadro".
Per Giacomazzi, "il contributo dell’urbanistica potrà essere quello di individuare i luoghi più idonei. Ne possono nascere realtà culturali innovative e capaci di caratterizzare in futuro l’identità di una città. Da parte dell’autorità non bisogna aver paura degli inevitabili conflitti. Finisce per essere controproducente essere fiscali e reprimere sistematicamente le intemperanze, connaturate peraltro nella "forma mentis" di chi si pone come identità di essere fuori dagli schemi. Sono convinto, come s’è dimostrato in altre città svizzere, che con il tempo, il dialogo e la capacità di mediare, potrà nascere qualcosa di valido". m.sp.
03.07.2021


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